giovedì 11 agosto 2011

Per sempre al tuo fianco

Non capisco, ma ci provo.
Mi sono sentito dire negli ultimi due anni di essere lo scopo della vita di una persona, ci ho creduto, ci ho creduto veramente.
Pensavo fosse tutto vero e credevo che non avrebbe mai mollato, pensavo che sarebbe rimasta al mio fianco, ci credevo.
Poi un giorno qualcosa è cambiato e la persona che credevo al mio finaco, nonostante la difficoltà del momento è sparita.
Per amore mi ha detto, lo faccio per l'amore che provo per te.
Ho sentito altre volte parole così da altre persone che erano passate attraverso un esperienza simile, ma non l'avevo mai provata personalmente, come si dice prima o poi nella vita si prova tutto.
Amare per me è un'altra cosa, amare è rimanere vicino alla persona che dici di amare anche nelle situazioni che possono sembrare insuperabili, e invece .....
Ma non conta, ora sono solo e continuerò quello che devo fare da solo, chissà forse il mio destino è quello di rimanere solo, chissà forse doveva andare così.

Il circo dei sentimenti

Parlare di sentimente non è mai facile, argomento scottante, molto delicato, da trattare con cura e particolare attenzione.
Ma alla fine quando si scopre che i sentimenti possono causare dei danni tutto prende una forma diversa.
Poi certo, i sentimenti si dividono in due categorie principali: sentimenti di odio e quelli d'amore.
Anche se così diversi procurano e provocano comunque sofferenza.
Se qualcuno ti odia o se odi qualcuno comunque vivi male, se ami qualcuno o qualcuno ti ama comunque prima o poi vivi male.
Allora qual'è la soluzione di tale arcano?
Vivere senza sentimenti?
Fosse possibile sarebbe la soluzione più idonea a un esistenza senza problemi.
Ma a quanto pare questi due sentimenti principali non possono essere divisi dall'esistenza di un essere senziente.
Il circo dei sentimenti prende il sopravvento senza lasciare scampo, discussioni sterili su cosa e cosa non fare, problemi che si sommano ad altri problemi senza riuscire a vedere una possibilità che abbia una reale soluzione, insomma, il circo dei sentimenti è veramente difficile da gestire e da portarsi dietro.
Un grande carrozzone che si sposta con te in ogni luogo, ovunque tu vada lui ti segue e si ferma nel posto più idoneo, prima di piantare a terra i pennoni che serviranno a sostenere il tendone che conterrà gli spettatori che verranno a guardare il tuo show.
Quanto tempo si fermerà il circo dei sentimenti in quel luogo dipende solo dagli spettatori, una volta esauriti si cambia destinazione.
Il circo dei sentimenti è sempre con te, odio o amore che sia non ti lascerà mai...lo spettacolo continua per tutta la vita, cambia solo luogo, cambia solo piazza, cambia solo destinazione...
Il circo dei sentimenti con il suo carrozzone continua a viaggiare e tu con lui.


sabato 30 luglio 2011

Uno strano risveglio

La sveglia non ha suonato stamattina, solitamente mi aiuta nel risveglio, ma stamattina no.
Fortunatamente oggi non si lavora e anche se l'orologio sul display del cellulare segna le 09.33, non mi preoccupo.
Metto i piedi a terra rimanendo seduto per qualche istante e mentre cerco di tornare alla realtà strofino gli occhi.
Riprendo in mano il cellulare e mi accerto che qualcosa manca.
Un piccolo segnale luminoso rosso che solitamente ogni mattina, questo fino a una settimana fa, c'era , sempre.
Stamattina no.
Nessun messaggio.
Appoggio nuovamente il cellulare sul letto e sento una sorta di distacco.
Qualcosa si è strappato, la sensazione è esattamente quella , uno strappo, qualcosa che si allontana, qualcosa che tenta di staccarsi da me.
Una sensazione forte e concreta.
Mi guardo intorno , casa mia è un delirio, disordine ovunque, mi rendo conto che è vero quando dicono che ciò che ti circonda riflette la confusione che hai dentro.
Penso che sarebbe il caso di sistemare un po, di ordinare casa, dovrei farlo.
Guardo nuovamente il cellulare, nessun messaggio, allora è vero, nessun messaggio.
Vado giù da Lillo a far colazione, butto due manate di acqua fresca sul viso e scendo.
Porto con me il computer penso che sia bello scrivere quello che sto esponendo qui fuori seduto a uno dei tavolini del bar di Lillo.
C'è il sole e la temperatura è buona, non fa caldo.
Sotto i portici seduti ai tavoli qualcuno sorseggia il suo cappuccio e mangia il suo cornetto alla crema, qualcuno legge un articolo di giornale, qualcuno si accende la prima o forse la decima sigaretta del giorno.
Lillo è lì come sempre dietro il suo bancone.
"Ciao , allora non sei ancora partito?"
La domanda di Lillo avrebbe dovuto mettermi una sorta di felicità addosso, partire per le vacanze dopo un anno di duro lavoro è sempre come una festa, invece no.
Tiro fuori dalla tasca il cellulare, nessun messaggio, il distacco diventa sempre più forte, reale, insistentemente effettivo.
Non rispondo a Lillo e ordino un latte macchiato con una brioches alla crema, no al cioccolato, no alla marmellata, no, la prendo vuota.
Lillo mi guarda un po sorpreso, mi conosce solitamente sono un casinista e non manco mai di battute quando la mattina entro nel suo bar per fare colazione, stamattina no, nessun messaggio, distacco, lontananza, sensazione di immensa distanza.
Come se durante la notte fosse accaduta una metamorfosi che cambia ogni cosa, la metamorfosi però non è la mia, nessun messaggio.
Mi siedo e aspetto la mia colazione.
Accedo all'unica porta che mi conduce in quel mondo virtuale che mi può far capire se qualcosa sia veramente mutato.
Conferma che arriva quasi subito, eri li solo 50 minuti prima, nessun messaggio nemmeno li, distacco, separazione, allontanamento.
Il cappuccio è caldo e la brioches non è che mi piaccia molto, eppure Lillo ha sempre avuto ottimi prodotti, forse non è la brioches che è scadente, forse sono io che sono diverso, forse sono io che ho concretizzato che qualcosa durante "La notte" è successa dall'altra parte della penisola.

...ma la notte so che pensi a me amore
nel buio cerchi sempre le mie mani
no, non fingere di stare già, già bene
di colpo non si può dimenticare
niente di cosi profondo e intenso o almeno penso...
( La notte-Modà)

Qualcosa è mutato, qualcosa è cambiato, qualcosa è diventato altro.
Finisco il mio cappuccio e dò un altro morso alla brioches chiudo il computer tutto e torno a casa.
Sul cellulare nessun messaggio, qualcosa è cambiato, qualcosa è mutato.
Strano risveglio, sento il distacco, la lontananza, il vuoto dentro.


venerdì 29 luglio 2011

Non so come mi sento

La testa mi scoppia, gli occhi arrossati, le mani mi tremano, il fiato è corto, i dolori sono ovunque sul corpo, non so come mi sento, forse male?
Si può essere che mi senta veramente male, la sensazione è che da un momento all'altro io possa non esserci più fisicamente.
Ipocondria?
Potrebbe essere.
Ansia?
Potrebbe essere.
Attacchi di panico?
Potrebbe essere.
La confusione la fà da padrone, mille parole nella testa , mille ferite nel cuore, mille pensieri nell'anima, mille fallimenti nel profondo del tuo essere.
Non so come mi sento, forse male?
I suoni diventano ovattati e le luci mi infastidiscono, quella del sole m'innervosisce e quella di una candela m'intristisce.
I rumori sono insopportabili anche fosse solo il picchiettio di un martello su un piccolo chiodo, un balzo al cuore e il ritmo che accellera così , senza motivo.
Non so come mi sento, forse male?
Sei consapevole che ciò che oggi sei sta facendo soffrire e questo fa soffrire, non ci sono sconti.
Sei certo che quello che oggi rappresenti sta facendo star male e questo fa star male, non ci sono sconti.
Mangio? Non ho fame.
Dormo? Non ho sonno.
Chiamo un amico, ecco cosa, lo chiamo.
Quale amico?
Nessun amico.
Non so come mi sento, forse male?
La testa gira sempre, in continuazione e cerchi di rimanere in equilibrio sulle tue gambe che senti tremare quasi a non sostenerti.
Mando giù un pò di zucchero, forse mi darà forza, ma nulla cambia, tutto gira e rimani su quel filo come un'equilibrista dondolando pericolosamente, evitando la caduta.
Se cado non so se avrò la forza di rialzarmi.
Non so come mi sento, forse male?
Osservo chi mi circonda e mi accorgo che non è più il mio modo curioso di osservare che sempre ho avuto, ma solo una conseguenza del fatto che i miei occhi vedono ancora, ma non sono più capaci di catturare l'essenza di ciò che guardano.
Assenza di me stesso, questa è la sensazione.
Le mani tremano, la testa scoppia, gli occhi bruciano e il fiato è sempre più corto.
So come mi sento, male.

mercoledì 27 luglio 2011

Il cliente non è al momento disponibile

Quando dall'altra parte dell'apparecchio telefonico c'e' questo messaggio si possono pensare mille cose, dalle più belle alle più brutte.
Se poi la cosa accade subito dopo che hai ricevuto un messaggio a cui hai risposto le probabilità che qualcosa sia accaduto diventano molto più alte.
Ora, fermo restando che si cerca di pensare sempre al meglio, non può essere improbabile che si pensi al peggio.
Certo non è un dato di fatto, può essere che il cellulare si sia scaricato improvvisamente, può essere accaduto qualcosa che non voglio nemmeno pensare, può essere tutto.
Può anche essere un messaggio chiaro di non voler essere ne disturbati , ne rintracciati.
Il cliente non è al momento raggiungibile ti lascia sempre un pò senza parole, perchè quello che immagini , quello che pensi, può diventare , anche se non vera la realtà del tuo momento, la tua realtà.
Il cliente non è al momento raggiungibile diventa in alcuni casi una sorta di distacco , forzato o voluto dalla persona che stai cercando.
Fatto sta che il cliente non è al momento raggiungibile per mille motivi possibili e non.

Francesco Bonfitto

lunedì 18 luglio 2011

Mi sono rotto le palle

Mi sono veramente rotto le palle, potrebbe essere un buon incipit per cominciare un discorso, ma non è educato.

Di conseguenza per educazione e per non urtare, con la mia cafoneria chi leggerà, cambierò l’inizio di ciò che sto per scrivere.


Tutto daccapo.

Mi sono veramente stancato.

Ecco così mi piace di più e sono convinto che potrà non essere attaccato da congetture e false opinioni di alcune persone che di me non conoscono proprio nulla.

Mi sono veramente stancato di tutto ciò che orbita intorno alle parole e di tutto ciò che transita nella mia vita da anni ormai.

Cicliche situazioni di cui sembra non si possa proprio fare a meno.

I rapporti si creano nel tempo e non con stereotipi o clichè già preconfezionati.

L’uso di tali preconfezionati conducono soltanto a un risultato: l’incomprensione assoluta.

Ora partendo dal presupposto che alcune situazioni sono inevitabili, mi chiedo per quale motivo ci si schieri da una parte o dall’altra, mi chiedo per quale motivo sia così difficile accettare le persone per quello che sono realmente e non per quello che nella testa ci si è creati della persona stessa.

Si conosce una persona quando realmente si ascolta e non quando si fa finta di udire ciò che nell’aria si disperde senza lasciare alcuna traccia.

Nello stesso tempo si ha la presunzione di conoscere tale persona a tal punto da potergli dire come e cosa deve fare, cosa e chi sarebbe giusto per quella persona, che nella propria zona d’immaginazione mentale si è idealizzata, senza reali riscontri obiettivi e veritieri.

Sentirsi dare del coglione in modo gratuito non fa mai piacere.

Va bene lo stesso, andiamo avanti.

Cerchi di crearti una vita serena, con molta fatica, cercando di dare meno fastidio possibile a chi ti circonda, e visto che sei già passato attraverso un’esperienza molto tempo prima così difficile, qualcosa che hai già vissuto sulla tua pelle standoci male e soffrendo come un cane, cerchi di evitarla.

Tendi a fare il meno possibile per arginare eventuali errori o screzi che possano rimetterti in quella situazione che tanto ti avevano messo alla prova e fatto star male.

Non basta, devi passarci nuovamente, c’è una sorta di voglia di ripercorrere certe strade e certe situazioni da parte di chi continua a dirti che ti conosce bene e che sa come sei fatto.

Invece non è così, probabilmente non mi conoscete, per nulla e non c’è stato nessuno sforzo di provare a conoscermi per quello che sono.

Chiudere gli occhi su chi è realmente una persona, per fare ciò che si vuole, significa non rispettare.

Il rispetto per l’appunto e le regole, sono punti cardine di tali ingiustificate e idiote condizioni, che ti portano inevitabilmente alla rottura.

Il rispetto non si chiede, va conquistato, il rispetto non s’impone, va coltivato.

Le regole non sono unilaterali, vanno condivise, le regole non vanno imposte, vanno valutate di volta in volta, imporle non avrà, con persone così arroganti e testarde come me, alcun risultato.

Giudizio scaturito da cosa?

Posso dire io com’è fatta una persona senza conoscerla veramente per poi trarne le mie conclusioni finali?

Forse, ma solo dopo averla veramente conosciuta, e non tramite opinioni basate su dati non vissuti, realmente.

Il sentito dire, lascia il tempo che trova.

Se impongo qualcosa che io reputi “il giusto” mi sono già messo da un lato della discussione, ho già detto indirettamente al mio interlocutore che ho ragione, e che qualsiasi cosa lui o lei mi dica, saranno sbagliate, solo perché, io credo di essere nel giusto.

Presunzione?

Essere nel giusto t’innalza come se tu fossi qualcuno che conosce i segreti di ciò che gli altri non sanno, questo non è rispetto, questa è imposizione.

Ognuno vive nella sua sfera e condivide esperienze e fatti di vita, emozioni, gioie, dolori, sofferenze e anche relazioni interpersonali a modo suo.

Ognuno ha il suo modo di essere e di esistere, se qualcuno ti dice che le tue relazioni interpersonali fanno schifo, beh forse è anche vero, ma la domanda è perché mi stai giudicando?

Che cosa significa che quindi anch’io posso dire che le tue relazioni interpersonali fanno schifo, sì potrei farlo, ma è il mio punto di vista ed è solo il mio punto di vista non quello del mondo, non quello del tuo interlocutore.

Le regole, capitolo strano e poco edificante.

Servono a regolarsi come dice la parola stessa a far si che la propria vita sia retta e abbia un senso continuo, ma chi impone le regole dovrebbe anche saperle rispettare, e chi impone una regola come per il rispetto parte già da un punto più alto della persona cui s’impongono.

Ha già ragione a prescindere quindi , parte già da un punto di conoscenza più alto.

L’errore, e lo dico con l’umiltà più grande che possa esserci, anche se c’è chi crede che io sia tutto tranne che umile, sta nel fatto che non si possono imporre, né regole né rispetto, l’errore sta nel presupposto che ci sia una ragione e un torto, l’errore sta nel fatto che ascoltare, sarebbe meglio che parlare, l’errore sta nel fatto che diventare ostici nelle cose in cui si crede a spada tratta, non ti fanno spostare di un millimetro, l’errore sta nel fatto che non si rispetta imponendo delle regole chi ti sta parlando non ascoltandolo.

Io sono uno che s’incazza parecchio e sono un impulsivo, ma lo divento solo quando vedo e sento che le cose non sono prese con serietà e correttezza.

Le regole non mi servono se chi mi sta parlando, non ha ascoltato nemmeno una sillaba di ciò che ho appena finito di dire.

Le regole non mi servono se chi ho davanti, ha in testa una linea dritta che si perde all’infinito senza curve, senza bivi e senza soste.

Quando gli uomini ancora lavoravano nei campi con i cavalli o i buoi per fargli tirare l’aratro, mettevano dei paraocchi ai lati del loro campo visivo in modo che non potessero vedere cosa realmente, li circondava, così ottenevano di raggiungere il loro obiettivo, far sì che il cavallo andasse in linea retta, senza chiedersi cosa fosse quell’animale che gli passava accanto, non poteva vederlo, questo facilitava il compito per fare in modo che il cavallo continuasse senza sosta e senza porsi domande.

Ora chiarito il fatto che non sono un cavallo e che il mio pensiero, malato che sia, non è mai andato e mai andrà in linea retta, mi dispiace per chi non comprende che ho molto di più da dare di quello che si è creato nella mente.

Partiamo daccapo e togliamoci dalla testa che mi si può conoscere perché mi si conosceva quando avevo quindici anni.

Il tempo è passato e le cose sono mutate, parecchio trasformate.

Forse si raggiungerà un accordo quando si comprenderà che il paraocchi me lo sono tolto da moltissimi anni e che non amo le regole imposte.

Non ho mai cercato di cambiare le abitudini e le regole di nessuno e mai lo farò, sto solo cercando con le mille difficoltà che mi si presentano davanti, di vivere una vita serena e normale con le difficoltà del caso.

Sono fatto così prendere o lasciare.

lunedì 11 luglio 2011

I giochi di prestigio

Amo i giochi di prestigio, per me sono una passione, ma anche un' ossessione.
Il gioco di prestigio ti porta in un mondo dove tutto è possibile, dove tutto è scena, dove tutto si può realizzare.
Basta una grande passione e molto esercizio, e ogni cosa diventa veramente possibile.
Ci sono giochi con le carte, le corde, gli oggetti, si può far sparie e apparire qualsiasi cosa si voglia, si può far vedere o non vedere ogni cosa si voglia, basta far pratica e il gioco è fatto.
Gli occhi stupiti di chi ti osserva sono la certezza che l'illusione è riuscita.
Non voglio parlare di questo però, o almeno, non proprio di questo ma di ciò che i giochi di prestigio non possono fare.
Alcune situazioni nella vita non possono essere prese e modificate, manipolate o illuse per renderle visibili o non agli occhi di chi ti guarda eseguire la tua vita.
Ci sono cose nella vita che hanno bisogno di tempo per arrivare ad essere, e non esiste nessun manuale che ti possa spiegare come fare per giungere all'effetto desiderato, come in un gioco di prestigio.
Quando stai male, quando dentro capisci che qualcosa non è al suo posto, ti senti teso, irrequieto, e assolutamente inadatto.
Nessun trucco potrà aiutarti a illudere e illuderti che tutto sia diverso.
Bisogna passare attraverso alcuni canali obbligati che, purtroppo, faranno soffrire chi hai vicino oltre che te.
Non esiste nessuna routine, come nei giochi di prestigio, nessun libro che spiega come e quando farlo , come realizzare la magia della vita ancora nessuno lo sa, nessun manuale vero è ancora stato scritto per l'uso di tale argomento, e forse non sarà mai scritto.
Trovarsi in situazioni che hanno un bivio, dove dover scegliere farà soffrire, comunque farà soffrire, non è una delle cose più piacevoli di questo strano gioco ancora non svelato della vita.
Vorrei tanto poter avere quella formula per conoscerne il trucco e provarlo più volte fino a che il gioco risulti vero....e non illusorio.
Posso farti pescare dal mazzo una carta qualsiasi e conoscerne il valore e il seme...ancor prima che tu l'abbia scelta, posso far si che nonostante il mazzo sia mischiato più volte le carte che ne usciranno siano quattro assi, ma non posso farti scegliere di rinunciare alla tua vita perchè ancora non so dov'è collocata la mia.
Anzi io so dov'è nascosta quella carta, il punto esatto , la sua posizione, ma non conosco quel trucco che me la faccia ritrovare senza ombra di dubbio.
Dubbi nati non dalla certezza che la scelta che ho già fatto dentro è quella che ben conosci, ma dubbi nel non saper eseguire un trucco non conoscendone il segreto.
Non esistono parole per descrivere ciò che dentro sento, le parole stanno a zero.
La passione mi ha fatto innamorare dei giochi di prestigio come mi hanno fatto innamorare di te...ho solo bisogno del tempo necessario per trovare il trucco e capirne il segreto per poi poter eseguire il gioco nel miglior modo, non posso sbagliare, non posso più sbagliare.

Francesco Bonfitto.

domenica 19 giugno 2011

La stazione

Il treno era appena partito, il panorama scorreva davanti ai miei occhi come in un film che cambia continuamente scena.

Il vagone era quasi vuoto, forse una decina di persone in tutto.

Di fronte a me un bambino di pochi mesi, in braccio alla mamma, mentre mi sorrideva faceva bolle di saliva con la bocca, anche la madre mi sorrideva, ed ero molto di più interessato alla mammina che al bel bambino cicciottello, che continuava imperterrito a produrre saliva in bolle spruzzandone una quantità importante sui miei pantaloni.

“Mi scusi per il mio bimbo, non volevo le sporcasse i pantaloni” disse la mammina con voce suadente tirando fuori dalla sua borsetta un kleneex porgendomelo.

“Non si preoccupi, e solo un po' di saliva” risposi mentre asciugavo i pantaloni “ e poi il suo è un bimbo così bello, che gli si può perdonare tutto.” dissi con gentilezza alla bella mammina, che mostrava un decolté molto prosperoso, che era impossibile non guardare.

“Bimba, è una bambina, si chiama Chantal.” precisò la mammina.

Giocai con la piccola Chantal per qualche minuto come si fa con i cuccioli di umano, producendo quei versi da deficienti, che solo davanti a un pargolo di pochi mesi, si possono emettere, senza cadere nel ridicolo per chi ti ascolta.

“E’ proprio una bella bimba, bella come la mamma” avevo trovato il modo giusto per attaccare discorso con la bella mammina,

“ E dimmi Chantal la tua mamma ha anche un nome bello come il tuo?”

La domanda posta alla piccola Chantal, in modo da sembrare agli occhi della bella mammina un quesito realmente innocente, ebbe il risultato che mi aspettavo.

“Melissa è il mio nome, piacere” rispose la mammina, guardandomi con i suoi occhioni scuri da cerbiatta.

“ Piacere mio, Franklin, Franklin Button.” risposi prontamente.

Parlai con la bella mammina prosperosa per una mezz’ora circa, fino a che compresi dai suoi discorsi che non c’erano speranze di alcun genere.

Era innamorata di suo marito, sposata da solo un anno e mezzo, e Chantal, aveva solo sei mesi, un’impresa impossibile, potevo solo sperare in un’amicizia da treno, null’altro.

Fuori aveva cominciato a piovere e le goccioline che s’infrangevano sul finestrino si allungavano e stendevano simmetricamente nella stessa direzione di marcia del treno.

Alla fermata successiva Melissa e la piccola Chantal scesero dal treno, mi salutò sorridendomi e con un’ulteriore sbuffo di saliva, mentre Melissa, scusandosi nuovamente per il fatto che i miei pantaloni fossero ormai fradici per colpa della sua piccola, si congedò da me ancheggiando vistosamente, conquistando la banchina della stazione.

Il suo vestito a fiori di cotone leggero si muoveva insieme al suo passo delicato e sensuale mettendo in evidenza le sue belle gambe e le sue strette caviglie, impreziosite ancor di più, da bellissimi sandali estivi bianchi dal tacco alto.

Era veramente una bella donna, peccato non poter andare oltre con lei, pensai.

Scesero anche tutti gli altri passeggeri del vagone dov’ero, tranne un ragazzo di colore, seduto sul fondo dello stesso, che parlava al cellulare gesticolando in modo animato.

L’altoparlante della stazione gracchiando annunciava il ritardo del treno proveniente da nord e dopo pochi minuti di sosta il treno riprese la sua corsa con un fastidioso stridolio.

Il dondolio e il rumore costante delle ruote che battevano sulle giunture dei binari mi conciliarono il sonno, e in pochi istanti, sprofondai nel buio più assoluto, addormentandomi.

Non so veramente per quanto tempo dormii, forse pochi minuti, forse di più, ma quando mi svegliai il treno era fermo e la carrozza completamente vuota.

Anche il ragazzo di colore che avevo notato poco prima di addormentarmi non era più seduto al suo posto, nonostante non fosse sceso nella stazione precedente, dove si erano fermate Melissa e Chantal.

La cosa non mi preoccupò più di tanto anche perché non sapevo quante stazioni fossero passate mentre dormivo, probabilmente il ragazzo si era solo spostato di vagone.

Guardai fuori dal finestrino spostando di poco la tendina, aveva smesso di piovere e c’era un bel sole, gli alberi intorno alla stazione erano immobili, non c’era nemmeno un soffio di vento, passai una mano sulla fronte asciugandone il sudore, avevo la gola arsa.

La fontana vicino all’uscita principale sgorgava un fiotto d’acqua che amplificò la mia sete e intensificò la sensazione di caldo.

La stazione non mi era nota, ero certo che lì il treno, non si fosse mai fermato.

Dopo qualche minuto tirai giù il finestrino e mi affacciai, la stazione pareva deserta, e il treno sembrava non avesse nessuna intenzione di ripartire.

Scesi dal treno per verificare quale fosse il problema e quale fosse la motivazione del ritardo.

La piccola stazione era effettivamente deserta e cosa ancora più strana, guardando dalla banchina verso l’interno dei vagoni, il treno completamente vuoto.

Decisi di uscire dalla stazione per cercare un mezzo alternativo con cui proseguire il mio viaggio, ero già in ritardo per il mio appuntamento, e questo imprevisto, stava dilatando ancora di più la distanza tra me e l’orario del mio incontro.

Arrivato alla porta, la spinsi con forza per aprirla.

Quello che accadde mi confuse parecchio per quanto mi parve strana la cosa: ero appena uscito dalla stazione ma ciò che ritrovavo davanti a me era il treno, la banchina e alle mie spalle la porta d'uscita.

Feci altri tre tentativi ma l'esito fu sempre lo stesso.

Ogni volta che tentavo di uscire all'esterno, mi ritrovavo sulla banchina all'interno della stazione davanti al treno e con l'uscio alle spalle.

Forse stavo sognando, strofinarmi gli occhi poteva essere una soluzione per cercare di svegliarmi, semmai stessi dormendo, ma non funzionò.

Ero sveglio.

Mi accomodai su una panchina vicino alla sala d’attesa, cercando di rimanere calmo, ero certo che c’era una spiegazione a tutto quello che stava accadendo, doveva esserci una logica in quello che stava succedendo, dovevo solo trovarla.

Il convoglio fermo sui binari sembrava un treno fantasma, nessun movimento nessun segno di vita, anche l'aria sembrava essersi fermata, nessun rumore turbava quello scenario insolito.

Faceva molto caldo, la temperatura si era alzata e la gola bruciava in modo più intenso, il sole era alto nel cielo terso di luglio.

La fontana vicino all’uscita aveva smesso di sgorgare acqua.

Cercai nelle mie tasche qualche moneta per prendere qualcosa di dissetante ai distributori automatici posti sulla banchina.

Cinquanta centesimi bastavano, ed era l’unica moneta che trovai nella tasca della mia giacca.

La moneta con un rumore metallico percorreva lo scivolo interno finendo in fondo al distributore con un rumore sordo.

Selezione 47, una fresca bottiglia di succo d’arancia rossa.

La spirale cominciò a girare in senso orario bloccandosi a metà imprigionando la bottiglia al suo interno, sul display elettronico un messaggio lampeggiante m’informava che il distributore era andato fuori servizio.

“Vaffanculo” urlai, sbattendo il distributore nel tentativo di liberare la bottiglia dalla spirale.

Nulla, i tentativi fallirono lasciando la mia gola ad ardere sotto il sole di luglio delle 12.37, come indicava il grande orologio vicino al chiosco chiuso dei giornali.

Avrei tentato nuovamente di uscire da quella stazione, non aveva senso quello che stava accadendo, nessun senso.

Mentre mi dirigevo nuovamente verso l’uscita, osservai la fontana che solo pochi minuti prima sgorgava acqua fresca, ora sembrava inattiva da molto tempo.

La sua base era completamente impolverata e le ragnatele la ricoprivano quasi totalmente.

Cosa stava accadendo, non riuscivo veramente a capire che diavolo stesse succedendo, mi sembrava di vivere uno stato di allucinazione, forse è il sole caldo, pensai, in realtà, era solo un modo razionale di giustificare quella situazione insolita che stavo vivendo.

Un fischio ruppe l'aria immobile, mi voltai di scatto e vidi sul fondo della banchina verso la motrice del treno il capo stazione che agitava la sua paletta verde per dare via libera al treno.

Il convoglio lentamente ripartì, muovendosi a strattoni.

Cercai di prenderlo tentando di aprire uno sportello, ma non si spalancò, tentai più volte, finché non caddi a terra rotolando rovinosamente quasi ai piedi del capo stazione.

“Si è fatto male ragazzo?”mi chiese l'uomo in divisa nera.

“Non è nulla” risposi alzandomi, mentre mi spolveravo i pantaloni con le mani guardando il treno che si allontanava dalla stazione salutandomi con i suoi lampeggianti rossi a intermittenza.

“Senta che razza di stazione è mai questa?”

“Sono sceso dal treno e ho cercato di uscire da questo posto ma il risultato e che sono bloccato qui, non riesco a uscire da questa stazione!” continuai irritato.

Il capostazione mi guardò e sorrise scuotendo la testa, infilò la paletta nella cintura, tolse il cappello rosso con fascia grigia che orlava la tesa di pelle nera lucida dalla testa, asciugandosi la fronte imperlata di sudore con un fazzoletto bianco di cotone.

“Mi segua ragazzo venga con me”.

Non ero molto felice di seguirlo perché non aveva dato alcuna risposta alla mia domanda, dopo un momento d’incertezza, guardandomi intorno, compresi di non avere molte possibilità di scelta.

Come un cane fedele che scodinzola, seguii il capo stazione, come se fosse il mio padrone.

Entrò in una minuscola stanza quadrata posta sul fondo della banchina tra la sala d'aspetto e i bagni pubblici.

Era molto piccola e spoglia, la sensazione che mi trasmetteva quell’ambiente era di solitudine e tristezza.

Sembrava non avere memoria di nulla, come se forse ferma nel tempo.

L’ambiente era composto di poche cose, essenziale, estremamente essenziale.

Un tavolo, due sedie di paglia sgangherate, una branda, un fornello a gas come quelli che si usano in campeggio.

Sopra a fornello un piccolo pensile a due ante di colore giallo sporco, in basso a destra un frigorifero bianco molto piccolo, al muro sopra il lavello, uno specchio ovale rotto nella parte superiore sinistra.

Una piccolissima feritoia che fungeva da finestra posta sulla parete destra, faceva filtrare una luce fioca.

Una porta non più alta di un metro era nell'angolo destro della stanza, probabilmente doveva essere il bagno, pensai.

Come faceva quell’uomo a restare in un posto così desolato?

Ero rimasto sulla soglia mentre osservavo la stanza fino a che il capostazione con un cenno m’indicò una delle due sedie, e anche se non gradivo farlo, entrai accomodandomi.

Lo scrutavo, mentre con estrema lentezza, dal piccolo pensile giallo sporco tirava fuori due bicchieri e una bottiglia di vino rosso, che dopo aver avvitato nel sughero buona parte del cavatappi con un colpo netto, stappò.

Il rumore del vino che scendeva gorgheggiando riempì quasi fino al bordo i due bicchieri.

Appoggiata la bottiglia sul tavolo, riposizionò forzandolo un po', il tappo di sughero nel foro della bottiglia.

Alzò il suo bicchiere, come se stesse invitandomi a fare un brindisi, e diede una lunga sorsata, ingurgitando metà del suo vino.

Dopo essersi asciugato la bocca con la manica della giacca, cominciò a parlare.

“Non beve ragazzo?”

“No non ne ho voglia, preferirei dell’acqua, e comunque lei mi deve dare una spiegazi…”.

Il capostazione con soave tranquillità non mi diede possibilità di concludere la frase.

“Beva ragazzo, è molto buono, un nettare, non se ne pentirà, le uve di queste zone sono molto zuccherine, un vino unico”.

Non amavo il vino, anzi, in pratica ero astemio, ma con un sorriso di circostanza, presi il bicchiere e bagnai leggermente le labbra.

“Molto buono…” dissi.

“Non l’ha nemmeno assaggiato, non apprezza la mia ospitalità?” replicò il capostazione.

Le domande e l’insistenza dell’uomo m’infastidirono, ma la mia situazione, quell’assurda circostanza, non giocava certo a mio favore, ingurgitai in un solo sorso tutto il contenuto del mio bicchiere, senza pensarci più.

“Bene ora va meglio, da dove viene ragazzo?” mi domandò.

“Dove siamo?” Chiesi invece di rispondere alla sua domanda e continuai “Perché sono intrappolato in questa stazione?”.

Dopo essersi versato e aver riempito nuovamente il mio bicchiere guardandomi con aria particolarmente pietosa, fece un lungo sospiro prima di proferire parola.

“Ragazzo mio lei è nel posto più improbabile e sconveniente, dove le poteva capitare di essere... “.

“Si spieghi meglio cosa intende?

“Ragazzo è veramente sicuro di voler sapere dove si trova?”

“ Certo che ne sono sicuro, che cazzo di domande fa?” la mia pazienza veniva messa a dura prova, avrei voluto strozzare quell’ambiguo individuo, ma sapevo che era la mia unica possibilità e restai calmo.

“Questo è il nulla!” rispose con fare rassegnato, mentre giocherellava con l’etichetta della bottiglia di vino rosso.

Mi accigliai e nello stesso tempo scoppiai quasi a ridere ma lui continuò, smorzando il mio slancio.

“Qui tutto è, ma nello stesso tempo, nulla è!”

“Scusi” dissi dopo aver svuotato nuovamente il mio bicchiere “Lei mi sta prendendo in giro vero?”

“Vedo che comincia ad apprezzare il vino di queste zone”.

Riempii nuovamente i due bicchieri.

“Senta, facciamola finita” dissi alzandomi di scatto dalla sedia “Quando passerà il prossimo treno da questa stazione del cazzo!”

Il capostazione rimase seduto come se nulla fosse e la sua voce diventò sempre più calma e quieta, amplificando ancor di più il mio nervosismo.

“Si calmi ragazzo, si sieda, beva un altro bicchiere, agitarsi non le serve a nulla.”

Per un istante pensai di uscire e di andarmene, ma sapevo di non poterlo fare e che l’unico che poteva darmi una soluzione era quel maledetto uomo che continuava a versare nel mio bicchiere quel nettare zuccherino di quelle parti, di quali parti parlava poi?

Non sapevo né dov’ero e nemmeno se ero realmente in quel posto.

Mi sembrava di vivere un incubo, la speranza era di svegliarmi e scoprire che realmente stavo solo sognando.

Tornai a sedere, e sorseggiai ancora una volta il vino rosso rubino dal sapore di zucchero filato.

“Ragazzo mi ascolti attentamente, l'unico treno è già transitato in questa stazione ed è quello da dove è sceso lei, non esistono altri treni che arriveranno qui”disse appoggiando la sua mano sulla mia.

“Sì ma fino a quando domani?”, chiesi irritato ritraendo la mano, “Dopodomani, fra tre giorni? tra quanto tempo?”.

“Sono arrivato in questa stazione e non c’è possibilità di uscire, l’unica persona a cui chiedere qualcosa e lei, che invece di darmi delle soluzioni, continua a versarmi del vino, seduto su una sedia di paglia sgangherata, in una stanza schifosamente spoglia e poco illuminata.” “Chiedo delle risposte e lei non me ne da nessuna, cristo santo, quando passa questo maledetto treno!” Gridai.

“Ragazzo vedo che lei non mi sta ascoltando, se ne faccia una ragione, non ci saranno prossimi treni, a meno che…”fece una lunga pausa mentre sorseggiava un altro bicchiere di quel maledetto vino.

“A meno che, cosa?” domandai.

“A meno che…” disse mentre s’incamminava verso la stanza attigua, abbassandosi per passare attraverso la porta di poco più di un metro, da cui uscì dopo alcuni istanti.

In mano aveva una scatola rossa di legno con delle venature sul lato posteriore di color marrone marcato.

Una volta tornato a sedersi al tavolo di fronte a me appoggiò la scatola sul tavolo e versò nel suo bicchiere un goccio di vino.

“ A meno che…?” chiesi nuovamente.

Era tutto talmente assurdo che avevo difficoltà a credere che stesse realmente accadendo.

“A meno che, lei non risponda a tre semplici domande” disse appoggiandosi comodamente con le braccia sulla scatola.

Pensai seriamente di essere diventato folle e che la mia integrità mentale ormai fosse del tutto danneggiata, ma poiché ero in quella situazione, e che sembravano non esserci altre soluzioni, risposi che lo avrei fatto, che avrei risposto alle sue stupide domande.

Aprì la scatola e ne tirò fuori un foglio piegato in quattro, con molta delicatezza lo spiegò cominciando a leggerne il contenuto.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“E’ pronto ragazzo?” chiese.

“Si certo” risposi scocciato “ Ho alternative?”

Il capostazione sembrava seccato dal mio modo distaccato e arrogante di rispondere, il suo sguardo accusatorio ne era la conferma.

“Cominciamo.” disse con tono deciso abbassando gli occhi sul foglio di carta.

“Prima domanda: Qual è il satellite del pianeta terra?”

“La luna!” risposi senza esitare.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“Seconda domanda: quante sono le ore che compongono un giorno terrestre?”

“Ventiquattro”risposi e pensai che le domande del capostazione fossero tanto banali, quanto era assurda la situazione che stavo vivendo.

La filastrocca continuava

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“Terza domanda: qual è il suo nome di battesimo?” chiese con voce grave.

La terza e a quanto avevo capito anche l’ultima domanda, di quell'assurdo gioco mi era sembrata veramente troppo banale, troppo scontata, come potevo non conoscere il mio nome? Qualcosa non quadrava, come tutto il resto d’altronde.

Il dubbio, il sospetto, la paura che il capostazione mi stesse tirando un colpo basso mi fece decidere di mentire sul mio nome.

“Micheal è il mio nome di battesimo”risposi con aria di sfida e sicuro di me.

Il capostazione in silenzio quasi religioso ripiegò in quattro il foglio riponendolo nella scatola rossa di legno, chiudendola.

Si alzò e tornò nell'altra stanza.

Non riuscivo a comprendere il suo comportamento, non comprendevo quell'assurdo modo di giocare con la vita delle persone, è uno scherzo? Bene ora basta potete anche uscire, farmi vedere le telecamere e dirmi che sono su uno di quegli show del cazzo dove le persone vengono sbeffeggiate per far divertire il pubblico a casa, l'importante ora, e che veniate fuori e allo scoperto.

Era una mia speranza a quel punto, non potevo pensare a una cosa diversa.

Rimasi seduto e in silenzio, in attesa che il capostazione tornasse da me, versai un altro bicchiere di vino che scolai in pochi secondi.

Solo in quel momento mi accorsi che la bottiglia di vino era ancora piena, nonostante i due bicchieri fossero stati riempiti più volte dal capostazione dall’inizio di quel delirio.

Ma in quegli show sanno fare anche queste cose? Giochi di prestigio, probabilmente.

Dopo pochi istanti il capostazione rientrò nella stanza.

Appoggiò la sua divisa nera, che fino a pochi minuti prima indossava, ben ripiegata sul tavolo vicino al mio bicchiere vuoto.

Aveva indossato un completo grigio, taglio classico con cravatta rossa e scarpe di vernice nera, avevo la netta sensazione che stesse per andarsene.

La confusione aumentava, come aumentava la certezza che la mia mente non era più registrata, stavo certamente impazzendo, non poteva essere altrimenti, non ero vittima di una candid camera, iniziavo a credere che stesse realmente accadendo.

“Bene e ora cos’e’ questa pagliacciata?” Chiesi in modo ironico scovando ancora un pizzico di coraggio dentro di me “Il gioco delle tre domande com'è finito?” “Questi vestiti cosa sono, il mio premio?” terminai con strafottenza.

“In un certo senso sì, potrebbe considerarlo il suo premio, certo dipende da quale punto di vista si guarda la cosa” rispose con estrema calma.

Nei suoi occhi riuscivo a vedere la serenità, i suoi occhi azzurri limpidi, come il cielo di quella strana giornata di luglio, sembravano sorridere, a differenza di pochi istanti prima che il gioco delle domande finisse, che parevano cupi e grigi.

“Il gioco delle tre domande allora com’e’ finito, lo posso sapere?” chiesi nuovamente.

“E' finito ragazzo mio, semplicemente finito” rispose versando e riempiendo nuovamente i due bicchieri sul tavolo “Questi vestiti ora sono suoi, ora è lei il nuovo capo stazione”rispose in modo secco, prima di scolare il suo ultimo bicchiere di vino rosso leccandosi le labbra.

Lo guardai incredulo, non credevo alle sue parole, tutto era assolutamente folle e assurdo, tentai una sorta di ribellione alzandomi dalla sedia, che scagliai con un calcio verso il muro dietro le mie spalle.

Feci per parlare ma lui portò il suo indice alle labbra seguito da un lieve sibilo, che mi azzittì.

“Il suo nome non è Micheal, ma e Franklin.”

disse guardandomi dritto negli occhi.

Era vero quello era il mio nome, Franklin.

“Bastava un briciolo di sincerità in più, bastava che non mentisse sul suo nome, bastava questo, solo questo, e sarebbe stato libero di andarsene” disse con un tono talmente pacato e determinato a tal punto che non mi fu possibile non credergli. “Invece ragazzo mio, si è fatto prendere dal dubbio, dal sospetto, dalla paura di essere imbrogliato e la sua malafede l’ha portata a mentire, questo ha liberato me dopo molti secoli e imprigionato lei, non si sa per quanti altri ancora” continuò sempre con lo stesso tono di voce guardandomi in modo ancora più intenso “Resterà qui finché la sua fiducia nella gente e nella vita non sarà assoluta, quando il dubbio non farà più parte della sua esistenza.”

La voce dell’ex capostazione era diventata come un mantra, non riuscivo a dire più nulla, come se quello che ascoltavo fosse realmente l’unica possibilità che avessi a disposizione.

Stava diventando la mia realtà.

“Quel giorno vedrà entrare in questa stazione un treno con a bordo, forse, la persona che la libererà, una persona che come lei, per sfiducia nella vita, mentirà sul suo nome, addio Franklin”.

Mi consegnò la scatola rossa di legno contenente il foglio di carta ripiegata in quattro con il gioco delle domande.

Lo guardai mentre si allontanava canticchiando la filastracca del gioco, “ Tre domande tre sono l'unica soluzione a tutto, tre domande, tre.”

La sua voce si fece sempre più debole dopo aver varcato la soglia della porta principale della stazione che si chiuse alle sue spalle facendolo scomparire dalla mia vista e al mio udito.

Tornai nella spoglia stanza e versai riempiendo nuovamente il bicchiere di vino che svuotai immediatamente.

Nonostante fossi astemio tutto quel vino non mi aveva fatto alcun effetto, sempre che fosse vino.

Lavai i due bicchieri accuratamente e dopo averli asciugati li riposi nel pensile giallo sporco insieme alla bottiglia inesauribile di buonissimo vino rosso zuccherino, che solo da quelle parti si poteva trovare.

Sull'etichetta c'era scritto: La-nul -Vino di uva zuccherina di queste parti.

Indossai la divisa, misi il cappello rosso con la fascia grigia sulla tesa di pelle nera e mi guardai nello specchio rotto posto sopra il lavello.

I miei occhi verde smeraldo erano diventati grigio cupo.

Fuori sulla banchina era tornato un leggero vento, l'acqua della fontana aveva ricominciato a sgorgare, il caldo si era fatto meno intenso e la mia gola non ardeva più, stranamente, il vino rosso mi aveva dissetato più di un sorso d'acqua.

In lontananza alcune nubi nere cariche di pioggia si avvicinavano, i soliti temporali estivi, pensai.

Cominciai ad aspettare attendendo quel treno che forse un giorno avrebbe condotto da me qualcuno, qualcuno che sarebbe sceso nella mia stazione.

La stazione del nulla.

venerdì 10 giugno 2011

Buio nel cuore

Sentirsi male a volte serve, anche se non si è compresi.
Lasciare tutto alle spalle potrebbe essere una soluzione, ma spesso non funziona.
Cadere più volte fortifica, mi dicevano spesso persone che avevano fatto l'esperienza della vita.
In realtà è la vita che forma l'esperienza e non il contrario.
Capita di sentirsi male perchè qualcuno ti ha offeso, oppure star male perchè in un momento particolare dell'esistenza le cose non funzionano nel giusto modo.
Altre volte invece ti senti male perchè sai che stai facendo del male, certo non volontario, ma lo stai pur sempre infliggendo, magari proprio alla persona a cui tieni di più.
Sentirsi in questo modo non sempre è piacevole, anzi, non è mai piacevole.

Ti ritrovi ad avere in mano la vita di una persona che credein te e si fida di te.
E tu che fai?
Ferisci...senza pietà.

Senti un peso dentro sapendo che ciò che stai facendo provoca un forte dolore , dentro, nel profondo del cuore.

Una ferita lacerante che non ha possibilità di rimarginarsi.

Questo sono io?

Io provoco dolore proprio alla persona che darebbe per me la vita. Questa responsabilità è troppo per me, anche per me.
La confusione si somma a quella già esistente e le parole ti restano in gola senza il coraggio di uscire, nessun suono nella mia testa, nessun rumore dalla mia bocca.

Il silenzio diventa in momenti come questi, una sorta di cicatrizzante dell'anima.

Dentro però, nel profondo, tutto ciò che fuori sembra tacere, urla.
Non ho forze necessarie per sentirmi così male, non ho energie sufficenti per toglierti da questo dolore.
Sono la tua sofferenza e non ho ne cure ne soluzioni.

Tutto ciò che stai passando, tutto il dolore che stai sopportando è solo una mia responsabilità.

Null'altro da aggiungere al mio buio nel cuore.


F. Bonfitto.

giovedì 2 giugno 2011

Il freddo dentro

Rientrò a casa dal lavoro, le cose ormai non andavano bene da tempo.
Comunque io cercavo di ricucire la situazione, ma il suo essere infantile tagliava le gambe ad ogni mio tentativo.Arrivare a fare discussioni anche per una bottiglia d'acqua, beh questo mi sembrava veramente troppo.
Come ogni sera il suo viso era corrugato, la cosa m'infastidiva alquanto.


Tirai un lungo respiro facendo tornare sul mio viso una sorta di sorriso, in fondo anni prima avevo scelto di stare con lui, in qualche modo volevo salvare quella storia.

Non sempre è facile fingere, sopratutto se inizi a capire che quella casa e quella persona non sono più il tuo posto.
Ma ammettere gli errori è un compito assai difficile e quindi credevo non fosse ancora finita, forse qualcosa da salvare c'era ancora, forse...

"Ciao tesoro" dissi.
"Ciao" rispose.
Già questa risposta secca senza alcun vezzo mi fece capire che sarebbe stata una serata veramente pesante…
"Com'e' andata oggi?" continuai.
"Solito" rispose.
Come avevo fatto tre anni prima a credere in quest'uomo?
La persona che stendeva al mio passaggio tappeti rossi, oggi, non metteva a terra nemmeno uno straccio per i pavimenti, anzi, avevo la sensazione che se avesse potuto, me lo avrebbe tirato in faccia quello straccio!
Eppure io ero una donna molto tenera e sensibile, affettuosa, amorosa e femmina quando la situazione si scaldava.
Che cosa avevo sbagliato? Che cosa stavo sbagliando?
Lì mi si accese una sorta di lampadina nella testa e un'idea prese forma.
Cazzo io non sto sbagliando nulla!
Ogni volta che avevamo una discussione lui si rifugiava a casa della madre, oltretutto situata di fronte alla nostra.!
Questo tempo addietro doveva farmi capire tutto, con tanti posti, dove poter vivere la nostra intimità, proprio di fronte a casa di sua madre dovevamo finire?
Ora capisco perché.
Un bambino di quarantaquattro anni ha sempre bisogno della mamma vicino, quando le cose diventano difficili un capezzolo dove succhiare, deve essere sempre pronto, peccato che non è il mio!

Rimanemmo in silenzio per una quantità di tempo non precisa.
Allora vediamo era entrato in casa da circa mezz'ora e le sole parole che ci scambiammo furono queste:

"Ciao tesoro"
"Ciao"
"Com'e' andata oggi?"
"Solito"
Beh non male direi, no?
Una merda, ecco cos'e' la vita con questa persona, una vera merda!
E’ difficile, tutto molto difficile.
Ammettere l'errore e avere il coraggio di dirgli in faccia cosa pensavo veramente di tutta quella faccenda.

Mentre preparavo la cena, incredibile ma vero, lui parlò ancora.

"Hai comprato l'acqua?" chiese.
"No amore mi sono dimenticata" risposi dispiaciuta.
Amore? Ma perché cazzo, continuavo ancora a chiamarlo amore?

La forma che prese la discussione subito dopo fu degna di una vera sceneggiata Napoletana, senza alcuna offesa verso i Napoletani sia inteso.

Urla di disperazione e scempiaggini varie, insulti e umiliazioni, il suo viso paonazzo e la sua bocca distorta che proliferava parole veramente inaccettabili, la sua giugulare sembrava in procinto di esplodere.
Tutto questo perché mi ero dimenticata di comprare una confezione d'acqua per il suo sopraffino palato?

Chiaramente tempo addietro sarei rimasta in silenzio, ma ora proprio no, ora basta! pensai.
Credo sia stato un caso che i carabinieri non bussarono alla nostra porta.
I decibel delle nostre urla avevano sicuramente sforato i termini consentiti dalla legge.

Dopo circa dieci minuti di animata discussione la tempesta si attenuò.
La tregua era partita.
Una tregua forzata che si divideva tra il soggiorno e la stanza da letto.

Quella sera la stanza da letto fu il mio rifugio.

Dopo alcuni mesi

“Che cosa significa quella valigia?” chiese.
" Secondo te cosa può significare una valigia messa davanti all'uscio di casa?" risposi.
" Ti prego amore non te ne andare, senza di te io non resisto" mi supplicò.
"Le cose cambieranno, cambierò anch’io te lo giuro, dammi un'altra possibilità ti prego".
I suoi occhi erano pieni di lacrime il suo mento e le sue labbra tremavano, la sua mano fermava il mio polso.
Avevo sentito molti brividi quando le sue dita mi sfioravano, ma adesso riuscivo a sentire solo il freddo che aveva dentro, nel suo cuore.
Quel freddo che mi aveva donato per lungo tempo, quel freddo che aveva congelato lo scorrere del mio sangue, quel freddo che aveva fatto morire l'amore che provavo per lui.
" Lasciami andare e meglio per tutti" risposi decisa.
"Ti prego amore non farlo, ti prego ripensaci, io senza di te muoio" disse cadendo in ginocchio.
"Muori allora non hai altra scelta, io devo ricominciare a vivere."risposi.
La porta si chiuse alle mie spalle, sentivo il suo pianto e i suoi singhiozzi ma nulla colpì il mio cuore, era ormai troppo rigido troppo freddo e io avevo bisogno di calore nuovo per scongelare la mia anima.

La vita continua, fortunatamente.

Francesco bonfitto.


venerdì 27 maggio 2011

Sul fondo del pozzo

Ohhhh finalmente!
Questa è l'espressione che si usa solitamente quando accade qualcosa di piacevole.
Porcaputt...!
Questa è l'esperessione che si usa solitamente quando qualcosa ci stupisce o ci cogli all'improvviso.
E che palle!
Questa è l'espressione che solitamnente si usa quando qualcosa c'infastidicse.
Espressioni, la vita è fatta di espressioni più o meno positive.
Ci servono per dare un senso a ciò che proviamo in modo da esternarle anche a chi ci è vicino.
Altimenti potrebbe succedere che non si venga compresi, e la cosa più assurda è che spesso si usano per dare un senso, una dimensione a noi stessi.
In fondo parlare con se stessi anche ad alta voce può sembrare da matti ma non è così.
La vedo come una sorta di geolocalizzazzione dell'essere, dà la dimensione dell emozione che si vive in quell'istante.
Anche se a volte si grida in silenzio con il rumore del pensiero, quel sottofondo sommesso che a volte fa più male del grido più estremo.
I pensieri come estremismo delle emozioni.
A volte non si riesce a gridare: ohhhhh finalmente, porcaputt...e che palle!
Si resta silenziosamente dentro se stessi gridando.
Quel grido che dentro ti lacera e ti confonde senza darti via di scampo, non esce non arriva non vive all'esterno di te.
Emozioni, sensazioni, sentimenti e crudeli situazioni interiori che a volte ti portano a sentirti meno sicuro di ciò che vivi, di ciò che sei.
Deliro...si forse sono in pieno delirio, ma d'altronde le emozioni sono un'immenso pozzo di delirio, senza fondo.
Bisogna fare attenzione che cadendoci dentro ci sia sempre una scala, una corda, che ti aiuti ad uscirne.
Il pericolo è proprio quello di farsi prendere troppo da ciò che si prova, in quel caso, non ci sono vie d'uscita, si resta sul fondo del pozzo, senza alcuna possibilità di rivincita.

Francesco Bonfitto.