domenica 19 giugno 2011

La stazione

Il treno era appena partito, il panorama scorreva davanti ai miei occhi come in un film che cambia continuamente scena.

Il vagone era quasi vuoto, forse una decina di persone in tutto.

Di fronte a me un bambino di pochi mesi, in braccio alla mamma, mentre mi sorrideva faceva bolle di saliva con la bocca, anche la madre mi sorrideva, ed ero molto di più interessato alla mammina che al bel bambino cicciottello, che continuava imperterrito a produrre saliva in bolle spruzzandone una quantità importante sui miei pantaloni.

“Mi scusi per il mio bimbo, non volevo le sporcasse i pantaloni” disse la mammina con voce suadente tirando fuori dalla sua borsetta un kleneex porgendomelo.

“Non si preoccupi, e solo un po' di saliva” risposi mentre asciugavo i pantaloni “ e poi il suo è un bimbo così bello, che gli si può perdonare tutto.” dissi con gentilezza alla bella mammina, che mostrava un decolté molto prosperoso, che era impossibile non guardare.

“Bimba, è una bambina, si chiama Chantal.” precisò la mammina.

Giocai con la piccola Chantal per qualche minuto come si fa con i cuccioli di umano, producendo quei versi da deficienti, che solo davanti a un pargolo di pochi mesi, si possono emettere, senza cadere nel ridicolo per chi ti ascolta.

“E’ proprio una bella bimba, bella come la mamma” avevo trovato il modo giusto per attaccare discorso con la bella mammina,

“ E dimmi Chantal la tua mamma ha anche un nome bello come il tuo?”

La domanda posta alla piccola Chantal, in modo da sembrare agli occhi della bella mammina un quesito realmente innocente, ebbe il risultato che mi aspettavo.

“Melissa è il mio nome, piacere” rispose la mammina, guardandomi con i suoi occhioni scuri da cerbiatta.

“ Piacere mio, Franklin, Franklin Button.” risposi prontamente.

Parlai con la bella mammina prosperosa per una mezz’ora circa, fino a che compresi dai suoi discorsi che non c’erano speranze di alcun genere.

Era innamorata di suo marito, sposata da solo un anno e mezzo, e Chantal, aveva solo sei mesi, un’impresa impossibile, potevo solo sperare in un’amicizia da treno, null’altro.

Fuori aveva cominciato a piovere e le goccioline che s’infrangevano sul finestrino si allungavano e stendevano simmetricamente nella stessa direzione di marcia del treno.

Alla fermata successiva Melissa e la piccola Chantal scesero dal treno, mi salutò sorridendomi e con un’ulteriore sbuffo di saliva, mentre Melissa, scusandosi nuovamente per il fatto che i miei pantaloni fossero ormai fradici per colpa della sua piccola, si congedò da me ancheggiando vistosamente, conquistando la banchina della stazione.

Il suo vestito a fiori di cotone leggero si muoveva insieme al suo passo delicato e sensuale mettendo in evidenza le sue belle gambe e le sue strette caviglie, impreziosite ancor di più, da bellissimi sandali estivi bianchi dal tacco alto.

Era veramente una bella donna, peccato non poter andare oltre con lei, pensai.

Scesero anche tutti gli altri passeggeri del vagone dov’ero, tranne un ragazzo di colore, seduto sul fondo dello stesso, che parlava al cellulare gesticolando in modo animato.

L’altoparlante della stazione gracchiando annunciava il ritardo del treno proveniente da nord e dopo pochi minuti di sosta il treno riprese la sua corsa con un fastidioso stridolio.

Il dondolio e il rumore costante delle ruote che battevano sulle giunture dei binari mi conciliarono il sonno, e in pochi istanti, sprofondai nel buio più assoluto, addormentandomi.

Non so veramente per quanto tempo dormii, forse pochi minuti, forse di più, ma quando mi svegliai il treno era fermo e la carrozza completamente vuota.

Anche il ragazzo di colore che avevo notato poco prima di addormentarmi non era più seduto al suo posto, nonostante non fosse sceso nella stazione precedente, dove si erano fermate Melissa e Chantal.

La cosa non mi preoccupò più di tanto anche perché non sapevo quante stazioni fossero passate mentre dormivo, probabilmente il ragazzo si era solo spostato di vagone.

Guardai fuori dal finestrino spostando di poco la tendina, aveva smesso di piovere e c’era un bel sole, gli alberi intorno alla stazione erano immobili, non c’era nemmeno un soffio di vento, passai una mano sulla fronte asciugandone il sudore, avevo la gola arsa.

La fontana vicino all’uscita principale sgorgava un fiotto d’acqua che amplificò la mia sete e intensificò la sensazione di caldo.

La stazione non mi era nota, ero certo che lì il treno, non si fosse mai fermato.

Dopo qualche minuto tirai giù il finestrino e mi affacciai, la stazione pareva deserta, e il treno sembrava non avesse nessuna intenzione di ripartire.

Scesi dal treno per verificare quale fosse il problema e quale fosse la motivazione del ritardo.

La piccola stazione era effettivamente deserta e cosa ancora più strana, guardando dalla banchina verso l’interno dei vagoni, il treno completamente vuoto.

Decisi di uscire dalla stazione per cercare un mezzo alternativo con cui proseguire il mio viaggio, ero già in ritardo per il mio appuntamento, e questo imprevisto, stava dilatando ancora di più la distanza tra me e l’orario del mio incontro.

Arrivato alla porta, la spinsi con forza per aprirla.

Quello che accadde mi confuse parecchio per quanto mi parve strana la cosa: ero appena uscito dalla stazione ma ciò che ritrovavo davanti a me era il treno, la banchina e alle mie spalle la porta d'uscita.

Feci altri tre tentativi ma l'esito fu sempre lo stesso.

Ogni volta che tentavo di uscire all'esterno, mi ritrovavo sulla banchina all'interno della stazione davanti al treno e con l'uscio alle spalle.

Forse stavo sognando, strofinarmi gli occhi poteva essere una soluzione per cercare di svegliarmi, semmai stessi dormendo, ma non funzionò.

Ero sveglio.

Mi accomodai su una panchina vicino alla sala d’attesa, cercando di rimanere calmo, ero certo che c’era una spiegazione a tutto quello che stava accadendo, doveva esserci una logica in quello che stava succedendo, dovevo solo trovarla.

Il convoglio fermo sui binari sembrava un treno fantasma, nessun movimento nessun segno di vita, anche l'aria sembrava essersi fermata, nessun rumore turbava quello scenario insolito.

Faceva molto caldo, la temperatura si era alzata e la gola bruciava in modo più intenso, il sole era alto nel cielo terso di luglio.

La fontana vicino all’uscita aveva smesso di sgorgare acqua.

Cercai nelle mie tasche qualche moneta per prendere qualcosa di dissetante ai distributori automatici posti sulla banchina.

Cinquanta centesimi bastavano, ed era l’unica moneta che trovai nella tasca della mia giacca.

La moneta con un rumore metallico percorreva lo scivolo interno finendo in fondo al distributore con un rumore sordo.

Selezione 47, una fresca bottiglia di succo d’arancia rossa.

La spirale cominciò a girare in senso orario bloccandosi a metà imprigionando la bottiglia al suo interno, sul display elettronico un messaggio lampeggiante m’informava che il distributore era andato fuori servizio.

“Vaffanculo” urlai, sbattendo il distributore nel tentativo di liberare la bottiglia dalla spirale.

Nulla, i tentativi fallirono lasciando la mia gola ad ardere sotto il sole di luglio delle 12.37, come indicava il grande orologio vicino al chiosco chiuso dei giornali.

Avrei tentato nuovamente di uscire da quella stazione, non aveva senso quello che stava accadendo, nessun senso.

Mentre mi dirigevo nuovamente verso l’uscita, osservai la fontana che solo pochi minuti prima sgorgava acqua fresca, ora sembrava inattiva da molto tempo.

La sua base era completamente impolverata e le ragnatele la ricoprivano quasi totalmente.

Cosa stava accadendo, non riuscivo veramente a capire che diavolo stesse succedendo, mi sembrava di vivere uno stato di allucinazione, forse è il sole caldo, pensai, in realtà, era solo un modo razionale di giustificare quella situazione insolita che stavo vivendo.

Un fischio ruppe l'aria immobile, mi voltai di scatto e vidi sul fondo della banchina verso la motrice del treno il capo stazione che agitava la sua paletta verde per dare via libera al treno.

Il convoglio lentamente ripartì, muovendosi a strattoni.

Cercai di prenderlo tentando di aprire uno sportello, ma non si spalancò, tentai più volte, finché non caddi a terra rotolando rovinosamente quasi ai piedi del capo stazione.

“Si è fatto male ragazzo?”mi chiese l'uomo in divisa nera.

“Non è nulla” risposi alzandomi, mentre mi spolveravo i pantaloni con le mani guardando il treno che si allontanava dalla stazione salutandomi con i suoi lampeggianti rossi a intermittenza.

“Senta che razza di stazione è mai questa?”

“Sono sceso dal treno e ho cercato di uscire da questo posto ma il risultato e che sono bloccato qui, non riesco a uscire da questa stazione!” continuai irritato.

Il capostazione mi guardò e sorrise scuotendo la testa, infilò la paletta nella cintura, tolse il cappello rosso con fascia grigia che orlava la tesa di pelle nera lucida dalla testa, asciugandosi la fronte imperlata di sudore con un fazzoletto bianco di cotone.

“Mi segua ragazzo venga con me”.

Non ero molto felice di seguirlo perché non aveva dato alcuna risposta alla mia domanda, dopo un momento d’incertezza, guardandomi intorno, compresi di non avere molte possibilità di scelta.

Come un cane fedele che scodinzola, seguii il capo stazione, come se fosse il mio padrone.

Entrò in una minuscola stanza quadrata posta sul fondo della banchina tra la sala d'aspetto e i bagni pubblici.

Era molto piccola e spoglia, la sensazione che mi trasmetteva quell’ambiente era di solitudine e tristezza.

Sembrava non avere memoria di nulla, come se forse ferma nel tempo.

L’ambiente era composto di poche cose, essenziale, estremamente essenziale.

Un tavolo, due sedie di paglia sgangherate, una branda, un fornello a gas come quelli che si usano in campeggio.

Sopra a fornello un piccolo pensile a due ante di colore giallo sporco, in basso a destra un frigorifero bianco molto piccolo, al muro sopra il lavello, uno specchio ovale rotto nella parte superiore sinistra.

Una piccolissima feritoia che fungeva da finestra posta sulla parete destra, faceva filtrare una luce fioca.

Una porta non più alta di un metro era nell'angolo destro della stanza, probabilmente doveva essere il bagno, pensai.

Come faceva quell’uomo a restare in un posto così desolato?

Ero rimasto sulla soglia mentre osservavo la stanza fino a che il capostazione con un cenno m’indicò una delle due sedie, e anche se non gradivo farlo, entrai accomodandomi.

Lo scrutavo, mentre con estrema lentezza, dal piccolo pensile giallo sporco tirava fuori due bicchieri e una bottiglia di vino rosso, che dopo aver avvitato nel sughero buona parte del cavatappi con un colpo netto, stappò.

Il rumore del vino che scendeva gorgheggiando riempì quasi fino al bordo i due bicchieri.

Appoggiata la bottiglia sul tavolo, riposizionò forzandolo un po', il tappo di sughero nel foro della bottiglia.

Alzò il suo bicchiere, come se stesse invitandomi a fare un brindisi, e diede una lunga sorsata, ingurgitando metà del suo vino.

Dopo essersi asciugato la bocca con la manica della giacca, cominciò a parlare.

“Non beve ragazzo?”

“No non ne ho voglia, preferirei dell’acqua, e comunque lei mi deve dare una spiegazi…”.

Il capostazione con soave tranquillità non mi diede possibilità di concludere la frase.

“Beva ragazzo, è molto buono, un nettare, non se ne pentirà, le uve di queste zone sono molto zuccherine, un vino unico”.

Non amavo il vino, anzi, in pratica ero astemio, ma con un sorriso di circostanza, presi il bicchiere e bagnai leggermente le labbra.

“Molto buono…” dissi.

“Non l’ha nemmeno assaggiato, non apprezza la mia ospitalità?” replicò il capostazione.

Le domande e l’insistenza dell’uomo m’infastidirono, ma la mia situazione, quell’assurda circostanza, non giocava certo a mio favore, ingurgitai in un solo sorso tutto il contenuto del mio bicchiere, senza pensarci più.

“Bene ora va meglio, da dove viene ragazzo?” mi domandò.

“Dove siamo?” Chiesi invece di rispondere alla sua domanda e continuai “Perché sono intrappolato in questa stazione?”.

Dopo essersi versato e aver riempito nuovamente il mio bicchiere guardandomi con aria particolarmente pietosa, fece un lungo sospiro prima di proferire parola.

“Ragazzo mio lei è nel posto più improbabile e sconveniente, dove le poteva capitare di essere... “.

“Si spieghi meglio cosa intende?

“Ragazzo è veramente sicuro di voler sapere dove si trova?”

“ Certo che ne sono sicuro, che cazzo di domande fa?” la mia pazienza veniva messa a dura prova, avrei voluto strozzare quell’ambiguo individuo, ma sapevo che era la mia unica possibilità e restai calmo.

“Questo è il nulla!” rispose con fare rassegnato, mentre giocherellava con l’etichetta della bottiglia di vino rosso.

Mi accigliai e nello stesso tempo scoppiai quasi a ridere ma lui continuò, smorzando il mio slancio.

“Qui tutto è, ma nello stesso tempo, nulla è!”

“Scusi” dissi dopo aver svuotato nuovamente il mio bicchiere “Lei mi sta prendendo in giro vero?”

“Vedo che comincia ad apprezzare il vino di queste zone”.

Riempii nuovamente i due bicchieri.

“Senta, facciamola finita” dissi alzandomi di scatto dalla sedia “Quando passerà il prossimo treno da questa stazione del cazzo!”

Il capostazione rimase seduto come se nulla fosse e la sua voce diventò sempre più calma e quieta, amplificando ancor di più il mio nervosismo.

“Si calmi ragazzo, si sieda, beva un altro bicchiere, agitarsi non le serve a nulla.”

Per un istante pensai di uscire e di andarmene, ma sapevo di non poterlo fare e che l’unico che poteva darmi una soluzione era quel maledetto uomo che continuava a versare nel mio bicchiere quel nettare zuccherino di quelle parti, di quali parti parlava poi?

Non sapevo né dov’ero e nemmeno se ero realmente in quel posto.

Mi sembrava di vivere un incubo, la speranza era di svegliarmi e scoprire che realmente stavo solo sognando.

Tornai a sedere, e sorseggiai ancora una volta il vino rosso rubino dal sapore di zucchero filato.

“Ragazzo mi ascolti attentamente, l'unico treno è già transitato in questa stazione ed è quello da dove è sceso lei, non esistono altri treni che arriveranno qui”disse appoggiando la sua mano sulla mia.

“Sì ma fino a quando domani?”, chiesi irritato ritraendo la mano, “Dopodomani, fra tre giorni? tra quanto tempo?”.

“Sono arrivato in questa stazione e non c’è possibilità di uscire, l’unica persona a cui chiedere qualcosa e lei, che invece di darmi delle soluzioni, continua a versarmi del vino, seduto su una sedia di paglia sgangherata, in una stanza schifosamente spoglia e poco illuminata.” “Chiedo delle risposte e lei non me ne da nessuna, cristo santo, quando passa questo maledetto treno!” Gridai.

“Ragazzo vedo che lei non mi sta ascoltando, se ne faccia una ragione, non ci saranno prossimi treni, a meno che…”fece una lunga pausa mentre sorseggiava un altro bicchiere di quel maledetto vino.

“A meno che, cosa?” domandai.

“A meno che…” disse mentre s’incamminava verso la stanza attigua, abbassandosi per passare attraverso la porta di poco più di un metro, da cui uscì dopo alcuni istanti.

In mano aveva una scatola rossa di legno con delle venature sul lato posteriore di color marrone marcato.

Una volta tornato a sedersi al tavolo di fronte a me appoggiò la scatola sul tavolo e versò nel suo bicchiere un goccio di vino.

“ A meno che…?” chiesi nuovamente.

Era tutto talmente assurdo che avevo difficoltà a credere che stesse realmente accadendo.

“A meno che, lei non risponda a tre semplici domande” disse appoggiandosi comodamente con le braccia sulla scatola.

Pensai seriamente di essere diventato folle e che la mia integrità mentale ormai fosse del tutto danneggiata, ma poiché ero in quella situazione, e che sembravano non esserci altre soluzioni, risposi che lo avrei fatto, che avrei risposto alle sue stupide domande.

Aprì la scatola e ne tirò fuori un foglio piegato in quattro, con molta delicatezza lo spiegò cominciando a leggerne il contenuto.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“E’ pronto ragazzo?” chiese.

“Si certo” risposi scocciato “ Ho alternative?”

Il capostazione sembrava seccato dal mio modo distaccato e arrogante di rispondere, il suo sguardo accusatorio ne era la conferma.

“Cominciamo.” disse con tono deciso abbassando gli occhi sul foglio di carta.

“Prima domanda: Qual è il satellite del pianeta terra?”

“La luna!” risposi senza esitare.

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“Seconda domanda: quante sono le ore che compongono un giorno terrestre?”

“Ventiquattro”risposi e pensai che le domande del capostazione fossero tanto banali, quanto era assurda la situazione che stavo vivendo.

La filastrocca continuava

“Tre domande tre sono l’unica soluzione a tutto, tre domande, tre”.

“Terza domanda: qual è il suo nome di battesimo?” chiese con voce grave.

La terza e a quanto avevo capito anche l’ultima domanda, di quell'assurdo gioco mi era sembrata veramente troppo banale, troppo scontata, come potevo non conoscere il mio nome? Qualcosa non quadrava, come tutto il resto d’altronde.

Il dubbio, il sospetto, la paura che il capostazione mi stesse tirando un colpo basso mi fece decidere di mentire sul mio nome.

“Micheal è il mio nome di battesimo”risposi con aria di sfida e sicuro di me.

Il capostazione in silenzio quasi religioso ripiegò in quattro il foglio riponendolo nella scatola rossa di legno, chiudendola.

Si alzò e tornò nell'altra stanza.

Non riuscivo a comprendere il suo comportamento, non comprendevo quell'assurdo modo di giocare con la vita delle persone, è uno scherzo? Bene ora basta potete anche uscire, farmi vedere le telecamere e dirmi che sono su uno di quegli show del cazzo dove le persone vengono sbeffeggiate per far divertire il pubblico a casa, l'importante ora, e che veniate fuori e allo scoperto.

Era una mia speranza a quel punto, non potevo pensare a una cosa diversa.

Rimasi seduto e in silenzio, in attesa che il capostazione tornasse da me, versai un altro bicchiere di vino che scolai in pochi secondi.

Solo in quel momento mi accorsi che la bottiglia di vino era ancora piena, nonostante i due bicchieri fossero stati riempiti più volte dal capostazione dall’inizio di quel delirio.

Ma in quegli show sanno fare anche queste cose? Giochi di prestigio, probabilmente.

Dopo pochi istanti il capostazione rientrò nella stanza.

Appoggiò la sua divisa nera, che fino a pochi minuti prima indossava, ben ripiegata sul tavolo vicino al mio bicchiere vuoto.

Aveva indossato un completo grigio, taglio classico con cravatta rossa e scarpe di vernice nera, avevo la netta sensazione che stesse per andarsene.

La confusione aumentava, come aumentava la certezza che la mia mente non era più registrata, stavo certamente impazzendo, non poteva essere altrimenti, non ero vittima di una candid camera, iniziavo a credere che stesse realmente accadendo.

“Bene e ora cos’e’ questa pagliacciata?” Chiesi in modo ironico scovando ancora un pizzico di coraggio dentro di me “Il gioco delle tre domande com'è finito?” “Questi vestiti cosa sono, il mio premio?” terminai con strafottenza.

“In un certo senso sì, potrebbe considerarlo il suo premio, certo dipende da quale punto di vista si guarda la cosa” rispose con estrema calma.

Nei suoi occhi riuscivo a vedere la serenità, i suoi occhi azzurri limpidi, come il cielo di quella strana giornata di luglio, sembravano sorridere, a differenza di pochi istanti prima che il gioco delle domande finisse, che parevano cupi e grigi.

“Il gioco delle tre domande allora com’e’ finito, lo posso sapere?” chiesi nuovamente.

“E' finito ragazzo mio, semplicemente finito” rispose versando e riempiendo nuovamente i due bicchieri sul tavolo “Questi vestiti ora sono suoi, ora è lei il nuovo capo stazione”rispose in modo secco, prima di scolare il suo ultimo bicchiere di vino rosso leccandosi le labbra.

Lo guardai incredulo, non credevo alle sue parole, tutto era assolutamente folle e assurdo, tentai una sorta di ribellione alzandomi dalla sedia, che scagliai con un calcio verso il muro dietro le mie spalle.

Feci per parlare ma lui portò il suo indice alle labbra seguito da un lieve sibilo, che mi azzittì.

“Il suo nome non è Micheal, ma e Franklin.”

disse guardandomi dritto negli occhi.

Era vero quello era il mio nome, Franklin.

“Bastava un briciolo di sincerità in più, bastava che non mentisse sul suo nome, bastava questo, solo questo, e sarebbe stato libero di andarsene” disse con un tono talmente pacato e determinato a tal punto che non mi fu possibile non credergli. “Invece ragazzo mio, si è fatto prendere dal dubbio, dal sospetto, dalla paura di essere imbrogliato e la sua malafede l’ha portata a mentire, questo ha liberato me dopo molti secoli e imprigionato lei, non si sa per quanti altri ancora” continuò sempre con lo stesso tono di voce guardandomi in modo ancora più intenso “Resterà qui finché la sua fiducia nella gente e nella vita non sarà assoluta, quando il dubbio non farà più parte della sua esistenza.”

La voce dell’ex capostazione era diventata come un mantra, non riuscivo a dire più nulla, come se quello che ascoltavo fosse realmente l’unica possibilità che avessi a disposizione.

Stava diventando la mia realtà.

“Quel giorno vedrà entrare in questa stazione un treno con a bordo, forse, la persona che la libererà, una persona che come lei, per sfiducia nella vita, mentirà sul suo nome, addio Franklin”.

Mi consegnò la scatola rossa di legno contenente il foglio di carta ripiegata in quattro con il gioco delle domande.

Lo guardai mentre si allontanava canticchiando la filastracca del gioco, “ Tre domande tre sono l'unica soluzione a tutto, tre domande, tre.”

La sua voce si fece sempre più debole dopo aver varcato la soglia della porta principale della stazione che si chiuse alle sue spalle facendolo scomparire dalla mia vista e al mio udito.

Tornai nella spoglia stanza e versai riempiendo nuovamente il bicchiere di vino che svuotai immediatamente.

Nonostante fossi astemio tutto quel vino non mi aveva fatto alcun effetto, sempre che fosse vino.

Lavai i due bicchieri accuratamente e dopo averli asciugati li riposi nel pensile giallo sporco insieme alla bottiglia inesauribile di buonissimo vino rosso zuccherino, che solo da quelle parti si poteva trovare.

Sull'etichetta c'era scritto: La-nul -Vino di uva zuccherina di queste parti.

Indossai la divisa, misi il cappello rosso con la fascia grigia sulla tesa di pelle nera e mi guardai nello specchio rotto posto sopra il lavello.

I miei occhi verde smeraldo erano diventati grigio cupo.

Fuori sulla banchina era tornato un leggero vento, l'acqua della fontana aveva ricominciato a sgorgare, il caldo si era fatto meno intenso e la mia gola non ardeva più, stranamente, il vino rosso mi aveva dissetato più di un sorso d'acqua.

In lontananza alcune nubi nere cariche di pioggia si avvicinavano, i soliti temporali estivi, pensai.

Cominciai ad aspettare attendendo quel treno che forse un giorno avrebbe condotto da me qualcuno, qualcuno che sarebbe sceso nella mia stazione.

La stazione del nulla.

venerdì 10 giugno 2011

Buio nel cuore

Sentirsi male a volte serve, anche se non si è compresi.
Lasciare tutto alle spalle potrebbe essere una soluzione, ma spesso non funziona.
Cadere più volte fortifica, mi dicevano spesso persone che avevano fatto l'esperienza della vita.
In realtà è la vita che forma l'esperienza e non il contrario.
Capita di sentirsi male perchè qualcuno ti ha offeso, oppure star male perchè in un momento particolare dell'esistenza le cose non funzionano nel giusto modo.
Altre volte invece ti senti male perchè sai che stai facendo del male, certo non volontario, ma lo stai pur sempre infliggendo, magari proprio alla persona a cui tieni di più.
Sentirsi in questo modo non sempre è piacevole, anzi, non è mai piacevole.

Ti ritrovi ad avere in mano la vita di una persona che credein te e si fida di te.
E tu che fai?
Ferisci...senza pietà.

Senti un peso dentro sapendo che ciò che stai facendo provoca un forte dolore , dentro, nel profondo del cuore.

Una ferita lacerante che non ha possibilità di rimarginarsi.

Questo sono io?

Io provoco dolore proprio alla persona che darebbe per me la vita. Questa responsabilità è troppo per me, anche per me.
La confusione si somma a quella già esistente e le parole ti restano in gola senza il coraggio di uscire, nessun suono nella mia testa, nessun rumore dalla mia bocca.

Il silenzio diventa in momenti come questi, una sorta di cicatrizzante dell'anima.

Dentro però, nel profondo, tutto ciò che fuori sembra tacere, urla.
Non ho forze necessarie per sentirmi così male, non ho energie sufficenti per toglierti da questo dolore.
Sono la tua sofferenza e non ho ne cure ne soluzioni.

Tutto ciò che stai passando, tutto il dolore che stai sopportando è solo una mia responsabilità.

Null'altro da aggiungere al mio buio nel cuore.


F. Bonfitto.

giovedì 2 giugno 2011

Il freddo dentro

Rientrò a casa dal lavoro, le cose ormai non andavano bene da tempo.
Comunque io cercavo di ricucire la situazione, ma il suo essere infantile tagliava le gambe ad ogni mio tentativo.Arrivare a fare discussioni anche per una bottiglia d'acqua, beh questo mi sembrava veramente troppo.
Come ogni sera il suo viso era corrugato, la cosa m'infastidiva alquanto.


Tirai un lungo respiro facendo tornare sul mio viso una sorta di sorriso, in fondo anni prima avevo scelto di stare con lui, in qualche modo volevo salvare quella storia.

Non sempre è facile fingere, sopratutto se inizi a capire che quella casa e quella persona non sono più il tuo posto.
Ma ammettere gli errori è un compito assai difficile e quindi credevo non fosse ancora finita, forse qualcosa da salvare c'era ancora, forse...

"Ciao tesoro" dissi.
"Ciao" rispose.
Già questa risposta secca senza alcun vezzo mi fece capire che sarebbe stata una serata veramente pesante…
"Com'e' andata oggi?" continuai.
"Solito" rispose.
Come avevo fatto tre anni prima a credere in quest'uomo?
La persona che stendeva al mio passaggio tappeti rossi, oggi, non metteva a terra nemmeno uno straccio per i pavimenti, anzi, avevo la sensazione che se avesse potuto, me lo avrebbe tirato in faccia quello straccio!
Eppure io ero una donna molto tenera e sensibile, affettuosa, amorosa e femmina quando la situazione si scaldava.
Che cosa avevo sbagliato? Che cosa stavo sbagliando?
Lì mi si accese una sorta di lampadina nella testa e un'idea prese forma.
Cazzo io non sto sbagliando nulla!
Ogni volta che avevamo una discussione lui si rifugiava a casa della madre, oltretutto situata di fronte alla nostra.!
Questo tempo addietro doveva farmi capire tutto, con tanti posti, dove poter vivere la nostra intimità, proprio di fronte a casa di sua madre dovevamo finire?
Ora capisco perché.
Un bambino di quarantaquattro anni ha sempre bisogno della mamma vicino, quando le cose diventano difficili un capezzolo dove succhiare, deve essere sempre pronto, peccato che non è il mio!

Rimanemmo in silenzio per una quantità di tempo non precisa.
Allora vediamo era entrato in casa da circa mezz'ora e le sole parole che ci scambiammo furono queste:

"Ciao tesoro"
"Ciao"
"Com'e' andata oggi?"
"Solito"
Beh non male direi, no?
Una merda, ecco cos'e' la vita con questa persona, una vera merda!
E’ difficile, tutto molto difficile.
Ammettere l'errore e avere il coraggio di dirgli in faccia cosa pensavo veramente di tutta quella faccenda.

Mentre preparavo la cena, incredibile ma vero, lui parlò ancora.

"Hai comprato l'acqua?" chiese.
"No amore mi sono dimenticata" risposi dispiaciuta.
Amore? Ma perché cazzo, continuavo ancora a chiamarlo amore?

La forma che prese la discussione subito dopo fu degna di una vera sceneggiata Napoletana, senza alcuna offesa verso i Napoletani sia inteso.

Urla di disperazione e scempiaggini varie, insulti e umiliazioni, il suo viso paonazzo e la sua bocca distorta che proliferava parole veramente inaccettabili, la sua giugulare sembrava in procinto di esplodere.
Tutto questo perché mi ero dimenticata di comprare una confezione d'acqua per il suo sopraffino palato?

Chiaramente tempo addietro sarei rimasta in silenzio, ma ora proprio no, ora basta! pensai.
Credo sia stato un caso che i carabinieri non bussarono alla nostra porta.
I decibel delle nostre urla avevano sicuramente sforato i termini consentiti dalla legge.

Dopo circa dieci minuti di animata discussione la tempesta si attenuò.
La tregua era partita.
Una tregua forzata che si divideva tra il soggiorno e la stanza da letto.

Quella sera la stanza da letto fu il mio rifugio.

Dopo alcuni mesi

“Che cosa significa quella valigia?” chiese.
" Secondo te cosa può significare una valigia messa davanti all'uscio di casa?" risposi.
" Ti prego amore non te ne andare, senza di te io non resisto" mi supplicò.
"Le cose cambieranno, cambierò anch’io te lo giuro, dammi un'altra possibilità ti prego".
I suoi occhi erano pieni di lacrime il suo mento e le sue labbra tremavano, la sua mano fermava il mio polso.
Avevo sentito molti brividi quando le sue dita mi sfioravano, ma adesso riuscivo a sentire solo il freddo che aveva dentro, nel suo cuore.
Quel freddo che mi aveva donato per lungo tempo, quel freddo che aveva congelato lo scorrere del mio sangue, quel freddo che aveva fatto morire l'amore che provavo per lui.
" Lasciami andare e meglio per tutti" risposi decisa.
"Ti prego amore non farlo, ti prego ripensaci, io senza di te muoio" disse cadendo in ginocchio.
"Muori allora non hai altra scelta, io devo ricominciare a vivere."risposi.
La porta si chiuse alle mie spalle, sentivo il suo pianto e i suoi singhiozzi ma nulla colpì il mio cuore, era ormai troppo rigido troppo freddo e io avevo bisogno di calore nuovo per scongelare la mia anima.

La vita continua, fortunatamente.

Francesco bonfitto.


venerdì 27 maggio 2011

Sul fondo del pozzo

Ohhhh finalmente!
Questa è l'espressione che si usa solitamente quando accade qualcosa di piacevole.
Porcaputt...!
Questa è l'esperessione che si usa solitamente quando qualcosa ci stupisce o ci cogli all'improvviso.
E che palle!
Questa è l'espressione che solitamnente si usa quando qualcosa c'infastidicse.
Espressioni, la vita è fatta di espressioni più o meno positive.
Ci servono per dare un senso a ciò che proviamo in modo da esternarle anche a chi ci è vicino.
Altimenti potrebbe succedere che non si venga compresi, e la cosa più assurda è che spesso si usano per dare un senso, una dimensione a noi stessi.
In fondo parlare con se stessi anche ad alta voce può sembrare da matti ma non è così.
La vedo come una sorta di geolocalizzazzione dell'essere, dà la dimensione dell emozione che si vive in quell'istante.
Anche se a volte si grida in silenzio con il rumore del pensiero, quel sottofondo sommesso che a volte fa più male del grido più estremo.
I pensieri come estremismo delle emozioni.
A volte non si riesce a gridare: ohhhhh finalmente, porcaputt...e che palle!
Si resta silenziosamente dentro se stessi gridando.
Quel grido che dentro ti lacera e ti confonde senza darti via di scampo, non esce non arriva non vive all'esterno di te.
Emozioni, sensazioni, sentimenti e crudeli situazioni interiori che a volte ti portano a sentirti meno sicuro di ciò che vivi, di ciò che sei.
Deliro...si forse sono in pieno delirio, ma d'altronde le emozioni sono un'immenso pozzo di delirio, senza fondo.
Bisogna fare attenzione che cadendoci dentro ci sia sempre una scala, una corda, che ti aiuti ad uscirne.
Il pericolo è proprio quello di farsi prendere troppo da ciò che si prova, in quel caso, non ci sono vie d'uscita, si resta sul fondo del pozzo, senza alcuna possibilità di rivincita.

Francesco Bonfitto.



mercoledì 25 maggio 2011

Ciechi o dementi?

Premetto che non m'interesso di politica e che non ho alcuna preferenza, ma quello che sta accadendo sotto gli occhi di tutti mi lascia perplesso e stupito.
Non m'interessa destra o sinistra ma quello che è il contenuto del messaggio che stanno mandando
questi politici ,parlo della città di Milano dove oltretutto non risiedo.
Non conosco il possibile sindaco entrante, non so chi è non so che fa, come non conosco il sindaco in carica, non so chi è e non so che fa.
Alcune cose lampanti però le ho sentite,cosa ha proposto ai suoi cittadini per essere votata.

-Abolizione dell'ecopass
-Cancellazione delle multe in corso.
-Poter parcheggiare sulle striscie blu senza dover pagare.

Ora non conosco nel dettaglio il tutto, infatti queste sono le voci sentite in giro o tramite programmi televisivi.
La cosa però non è importante è il concetto che mi sembra sbagliato, mi spiego meglio.

Sembra e dico sembra veramente una manovra del tipo ti do questo se mi dai quello, ti levo le multe, non paghi l'ecopass e non paghi i parcheggi ecc ecc se mi dai i voti e mi lasci al comando.

La domanda che sorge spontanea è la seguente: Ma allora siamo stati fregati fino a questo momento di bisogno?

-L'ecopass non è stato attuato per evitare d'inquinare la città di Milano? E ora visto che servono voti...possiamo inquinare tranquillamente?

-Le multe non dovevano essere contestate andando dal giudice di pace con un iter allucinante della serie prima paga e poi contesta?
Ora possiamo trasgredire alle leggi pur di consegnare un voto?
E perchè non dovrei pagare se ho infranto una legge?
Sempre per un voto?

-Possiamo finalmente parcheggiare sulle striscie blu senza dover pagare 1.50 all'ora?
Sempre in cambio di un voto?

Ma allora siamo stati fregati fino ad ora?

Se queste cose possono essere abolite ora potevano essere abolite anche prima della necessità di dover recuperare dei voti per mantenere il potere?
O no?

Forse si...

Non mi piace quando le persone diventano merce di scambio, forse bisognerebbe riflettere su tali circostanze e cominciare ad essere finalemnte liberi.

Francesco Bonfitto.


martedì 24 maggio 2011

Vivi o morti?

Avrei bisogno di riposarmi, eh si!
Ma seriamente.
Uno di quei riposi che ti mettono nella condizione di non fare nulla e sopratutto di non pensare a nulla.
La vita frenetica di tutti i giorni ti deteriora lentamente insinuandosi nel corpo e nell'anima,siiiiiilenziosamente.
Vorrei partire oggi e tornare fra un anno, due o forse tre, per dove non lo so,ma via da questo stillicidio continuativo e persistente costituito da problematiche varie personali e non.
Ma dove andare per evitare di sentirsi esausti e sfibrati?
Non so se esistono posti diversi da tutti i luoghi che ho visitato nella mia vita, e sono molti, da non cadere nella trappola d'immaginare un avatar mai visto, infatti alla fine, si finisce sempre per indicare come via di fuga i soliti panorami triti e ritriti. Una bella spiaggia tropicale con le palme, un posto sperduto sui monti, una casa sul fiume o un posto in riva al lago.
Alla fine dopo una settimana, ti sei rotto le palle, e non vedi l'ora di tornare nel delirio più totale della città.
Una sorta di tossicodipendenza.
Forse basterebbe anche solo rimanere comodamente a casa steso su un comodo divano a cazzeggiare davanti al televisore o che so...leggendo un libro.
Ma nemmeno questo potrebbe calmare l'animo, siamo alla costante ricerca di qualcosa da fare perchè se ci si ferma si ha la sensazione di essere morti.
Forse lo siamo già e non ci siamo accorti della cosa.
E allora che si fa?
Nulla non puoi nulla, continui , prosegui, vai avanti con le tue solite attività che scandiscono il passare del tempo, dei secondi , dei minuti , delle ore, delle settimane, dei mesi per totalizzare infine interi anni.
E cosa hai fatto?
Lavorato, dormito, fatto sesso, uscito con gli amici, andato in vacanza, conosciuto persone, mangiato al ristorante, pagato delle multe, acquistato una nuova macchina, una casa, lavorato, e poi ancora,ti sei annoiato, depresso, sei stato felice, hai lavorato, nervoso, calmo, scontroso, amabile, innamorato, disinnamorato, hai lavorato, incazzato, e altre condizioni che ora non mi giungono alla mente...ah dimenticavo e hai lavorato.
Alla fine hai fatto cose e sentito emozioni, ma ancora non ti senti sereno, si sente il bisogno di evadere.
Quindi siamo come imprigionati?
Se fossimo vivi questa è la pena che dobbiamo scontare?
Quindi potrebbe anche darsi che non siamo vivi ma che viviamo l'illusione della vita.
Cazzo allora speriamo di non essere morti altrimenti non voglio nemmeno immaginare che cazzo significhi essere vivi!

Francesco Bonfitto.

domenica 22 maggio 2011

A pochi centimetri da me.

Quando ti ho vista, appena arrivato alla festa, venire nella mia direzione la tua espressione quando hai incrociato i miei occhi non so se eri stupita, incredula o forse solo certa di vedermi lì nello stesso spazio di soli 300 metri quadrati,uno di fronte all'altro...come mummificati.
Stava accadendo davvero?

Un solo istante di inpasse per riprendere coscienza che a quella festa non eravamo soli, qualcuno ci accompagnava entrambi.

Averti a pochi centimetri da me, sentire la tua voce, vedere il tuo viso è stato bellissimo.
Così vicina da poter sentire l'odore della tua pelle, ma non poter far nulla.
Alcuni sguardi in lontananza, qualche sorriso e alcuni gesti che forse sono stati compresi o forse no.

Trovarsi per la prima volta nello stesso luogo fuori dal solito posto è stato emozionante.

Eri bellissima.

I tuoi lunghi capelli lisci a coronare quel viso stupendo che tanto amo, la tua maglietta stretta che evidenziava le tue forme generose, la tua lunga gonna da zingara che arrivava fino alle caviglie per giungere infine alle tue alte scarpe.

Da impazzire lì sul posto per quanto eri bella e desiderabile!
Qualche scusa per allontanarsi da chi ti accompagna per sfiorarci con gli occhi e con il corpo, ma solo per un istante.
Quanta voglia di fermarsi e baciarsi lì davanti a tutti mandando al diavolo ogni cosa.

Scorgerti lì intorno a guardarmi da ogni punto, ti cercavo dietro e ti scoprivo a pochi metri al lato, ti cercavo al lato e ti ritrovavo dietro, eri ovunque e in nessun posto.
Fino a che hai fatto in modo di sederti con chi ti accompagnava dietro di me.
Saperti lì mi emozionava, sentivo al tua voce e le tue risate, avevo voglia di girarmi ma non potevo, dovevo guardare avanti, chi mi accompagnava sembrava sospettare qualcosa.

Ci siamo cercati in ogni istante,ovunque in quello spazio limitato, sapevo che c'eri e sapevi che c'ero.

Mentre mi avviavo verso casa, con vicino chi mi accompagnava, ho voluto tornare indietro di proposito e ti ho rivista ancora una volta mentre mangiavi il tuo gelato con vicino chi ti accompagnava.
Mi hai seguito con lo sguardo e anche io non ti ho mollato nemmeno per un istante, ho azzardato anche un saluto con la mano , non so nemmeno se lo hai visto.
L'ultima immagine che ho di te, sei tu di spalle mentre cammini come a dire: "Cazzo non voglio che vada via, cosa faccio?"

Ho avvertito una sorta di ansia in te mentre mi guardavi sparire nel buio del viale.

Dopo pochi minuti sono tornato indietro e sono ripassato su quel viale con la macchina, avrei voluto fermarmi e tornare a vedere se c'eri ancora, ma non l'ho fatto.
Ora sono qui a scriverti e pensare che stasera sei stata a pochi centimetri da me.

Una cosa che ci eravamo ripromessi l'abbiamo fatta, ci siamo riusciti.
Andiamo avanti, io ci credo.

sabato 21 maggio 2011

Risveglio

Bene mi accendo un'altra sigaretta, certo lo so fa male ma anche se so che non è così, mi rilassa.
E' stata una nottata non semplice.
Verso le 23.30 gli occhi si sono chiusi e stranamente sono riuscito ad addormentarmi.
Stranamente perchè ultimamente dormire è diventato quasi un optional.
Invece ieri sera mi sono addormetato come un bimbo, quasi senza accorgermene.
La festa però è terminata quasi subito.
Verso le 02.00 i miei occhi erano spalancati e lucidamente svegli.
Dovrei decidermi a dipingere il soffitto con una tonalità diversa dal bianco, dopo qualche minuto annoia quel colore così neutro e insistentemente uguale.
Compreso che non c'era verso di dormire, dopo aver cambiato posizione più volte, ho acceso la televisione.
Rai 1,2,3,4, Rai movie,Real time,Cielo, Rai storia...e infine Telemarket, niente di niente...il nulla più totale.
Beh allora dai metto su un bel dvd di Star trek.
Visto e rivisto non c'è un episodio che non conosca a memoria...quindi?
Quindi passiamo alla xbox che domande...
Un bell'oggetto a cui sono molto legato per motivi che non sto a descrivere, si è la soluzione giusta per combattere gli occhi spalancati.
Assassin's cred 2...bene ora si fa sul serio!
Due schermate qualche salto sui tetti di firenze , qualche omicidio qua e la, mezza missione completata...spengo che è meglio.
Per qualche istante rimango in piedi davanti alla finestra del balcone prima di uscire e sedermi comodamente sulla poltrona di vimini color arancione e bianco.
"Il cielo non ha stelle stanotte".
Ma cosa mi sveglia ogni notte?
Pensieri? Preoccupazioni? insonnia?
Cosa?
Anche il balcone non ha risolto il mio evidente risveglio.
Un piccolo luccichio cattura la mia attenzione, lì sul letto che contrasta il copriletto nero.
Una piccola scaglia luccicante e lì inerme ma presente, sembra fissarmi.
Avete presente quei brillantini che vengono messe su alcune cinture da donna?
Ecco uno di quei brillantini e ancora lì sul copriletto.
Ma com'è possibile? L'ho lavato almeno tre volte, come può essere che ci siano ancora tracce di tale materia?
Ora ho capito perchè nella notte, spesso, mi sveglio in una condizione di lucida presenza.
Certo non conoscete tutta la faccenda, ma ci sono cose che a volte sembrano invisibili, invece sono lì presenti, a ricordarti un momento bellissimo e indimenticabile.
Mi sono addormentato quasi subito una volta sul letto.
Quel pensiero , quel ricordo, era il motivo del mio improvviso risveglio.
Intanto sono arrivate le 05.00 di mattina.
Buongiorno mondo...

Francesco Bonfitto.

venerdì 20 maggio 2011

Accade che...

Questo è un momento particolare.
Avete presente quelle situazioni dove tutto capita nello stesso preciso istante?
Ogni cosa accade con la tempistica sbagliata, scandisce l'attimo errato e riduce l'esistenza a una sorta di ombra.

Perchè quando si chiedono determinate cose non arrivano subito ma si presentano tutte insieme dopo?

Forse le cose che si chiedono vanno a finire in un contenitore immaginario dove rimangono a maturare per un periodo di tempo imprecisato, fino a che, si presentano svelandosi.

Per questo forse alla fine si accavallano tutte insieme.

Devo pormi meno domande e avere meno desideri.
Forse sarebbe meglio chiedere una cosa alla volta.
Forse sarebbe meglio risolvere una cosa alla volta.

Mettiamoci al lavoro mi aspetta un lungo e difficile percorso.
Speriamo di trovare l'uscita.


Francesco Bonfitto.

sabato 14 maggio 2011

La bancarella dei giocattoli.

Non amo particolarmente andare al mercato, ma alcune volte mi rilassa.
Vedere la gente che si affretta per fare le proprie compere camminando in modo frenetico, inspiegabilemente, mi tranquillizza.
Donne accalcate sui banchi con cumoli di biancheria intima e magliette varie che offrono tutto a due euro.
Alcune in coda aspettando il loro turno per acquistare frutta e verdura, mentre con occhio esperto, controllano quale ortaggio o frutto sia il migliore da portare a casa.
La gente che si trova nei mercati è ormai di diverse etnie, un miscuglio variegato di razze, neri, bianchi, mulatti, gialli, si potrebbe quasi dire che andare al mercato sia come fermarsi a guardare un arcobaleno dopo la pioggia.
Quando ero piccolo questo non esisteva, le mamme portavano al mercato i figli, il sabato era un'appuntamento fisso seguire le madri alle bancarelle.
Allora nonc'erano tanti colori e tante razze tutte insieme nello stesso posto.
Certo trentacinque anni fa era diverso, la multirazzialità era inimmaginabile.
Mi piace questo miscuglio rende tutto più vivo, tutto più collegato.
Ma una cosa non è cambiata da allora, la bancarella dei giocattoli.
Oggi mi sono fermato proprio li davanti.
Un vecchietto dietro il banco seduto su una sedia di paglia mentre osservavo i giocattoli.
Anche quando ero piccolo mi colpivano i colori dei giocattoli.
Il vecchietto come indifferente, non mi ha considerato nemmeno un pò, sembrava quasi addormentato.
Mi sono reso conto guardandomi intorno che ero l'unico fermo lì davanti, i bambini non giocano più con questi giocattoli, non li usano più, tutto è diventato tecnologico e immediato.
Chi oggi si comprerebbe una trottola? Un sacchetto di soldatini? Le macchinine di formula uno o un trenino di latta?
Nessuno ormai, mancanco anche i bambini per mano alle madri nei mercati di oggi...forse per questo motivo il vecchietto della bancarella dei giocattoli è così inifferente alla mia presenza?
Quando gli ho dato 2 euro per il sacchetto di soldatini mi ha guardato con espressione incredula e un lieve sorriso mentre con la mano rugosa prendeva il denaro.
Sono finiti i tempi delle bancarelle dei giocattoli e insieme è finito anche il tempo delle madri con i bambini per mano che andavano al mercato solo per fermarsi ad ammirare tutti quei giocattoli colorati sulla bancarella del vecchietto.
I soldatini li metterò su una mensola per ricordarmi che una volta i giocattoli servivano a far sognare i bambini.

Francesco Bonfitto.

martedì 10 maggio 2011

La raccomandata.

L'altra sera stavo tornando dalle prove in studio, un bel turno 22.00-24.00 due ore intense e simpaticamente devastanti, non perchè non mi piaccia fare le prove, ma perchè dopo una bella giornata piena di lavoro, mettersi a produrre suoni e parti musicali diventa un pò difficile, la concentrazione scappa, per ovvi motivi.
Dormire solo tre massimo quattro ore a notte non è una sana abitudine, e io amo le malsane abitudini quindi poche ore di sonno sconvolgono tutto il mio sistema neurovegetativo .
Ma non era di questo che volevo parlare, ma di una cosa appunto che è successa mentre tornavo dalle prove.

Prima però devo fare un passo indietro e tornare a due giorni fa.
Nella casella della posta trovo una bella raccomandata.
Di solito se stai aspettando qualcosa lo sai, attendi il malefico tagliandino che si materializza, come per magia, nella cassetta scura e stretta che vede la luce solo quando decidi di scoprire chi ti sta cercando.

Ultimamente le Poste usano un nuovo sistema, al posto del tagliandino giallo sbiadito, una sorta di scontrino fiscale dove ci sono i tuoi dati, l'indirizzo e che cosa devi andare a ritirare,il giorno x dalle ore y alle ore z.
Il terrore , se non stavi attendendo nulla, s'impossessa di te mentre scorgi quello scontrino bianco tra la pubblicita dei vari centri commerciali, e vorresti non aver mai visto quel tagliandino. La responsabilità ti chiama,quindi, prendi l'infame scontrino e sospirando speri che sarà sicuramente l'ultimo resoconto della riunione di condominio, ma sai che stai mentendo a te stesso, perchè la rinuione è stata fatta sei mesi fa, di conseguanza rimane solo una multa, o qualche cartella esattoriale relativa a bolli non pagati e vaccate del genere.
L'attesa fino al giorno x dall ora y all'ora z per il ritiro ti tiene sul filo di rasoio, perchè se non è l'amministratore di condominio sai già per certo che dovrai sborsare dei soldi per farcire le tasche di qualche povero milionario.
All'ora y sono lì,prendo il mio bel bigliettino tristemente bianco e nero numero 97.

Il display lampeggia con un bel numero rosso acceso 65, ecco perchè scrivono ritiro dall'ora y all'ora z.

Posti a sedere nemmeno se paghi, quindi assumi posizioni di attesa sfruttando i vari muri o le vetrine che l'ufficio postale ti offre.
Per ammazzare il tempo, mentre la flemma degli impiegati agli sportelli diventa uno stillicidio, scrivi qualche messaggio, fai qualche telefonata di lavoro, chiami l'amore della tua vita e infine accedi alla sezione giochi e fai il record mondiale su cellulare di tetris!
Il tempo sembra quasi fermarsi in un ufficio postale è come vivere in un'universo parallelo che nulla c'entra con il mondo reale.
Qualche voce comincia a borbottare che è uno schifo, che i postali sono tutti lenti e che rubano lo stipendio, che non ha senso tenere solo due sportelli aperti quando ci sono sette sportelli a disposizione, come dargli torto, ma siamo in un paese fatto così.
Il suono elettronico segnala sul display illuminato il numero 97, è come una visione mistica.

Non ci posso credere è passata solo un'ora e un quarto, finalmente posso ritirare la mia bellissima raccomandata.

Una volta fuori, in silenzio quasi religioso, apro la busta.

A quanto ammonterà il debito?

Mi aspettavo una multa ... e invece...

La Rai.

E che cazzo vuole da me la Rai visto che non sono un presentatore o un loro dipendente?

Che cosa può volere la Rai da un normale e onesto cittadino?

Il canone per le loro trasmissioni?
E che trasmissioni...

Però diciamo che è giusto così, visto che una legge italiana impone il versamento in denaro per questa assurda tassa, e che è giusto pagarla, ma la domanda che mi pongo in quel preciso istante è: "Perchè mi mandate un sollecito di pagamento che ho già effettuato tre mesi fa?
"
Insomma, ho pagato sto benedetto canone fino al Dicembre 2011, per essere più precisi, dal marzo 2010 al dicembre 2011.
Ora perchè mai la Rai mi chiede ancora i soldi che già ho versato?
Ci prova? Magari sperando che qualcuno abbia perso il bolletino di pagamento?
Ci fa? Perchè sa che una buona parte ripaga proprio perchè ha smarrito il bolletino del versamento?
O che?
Ora voi direte ma tutto questo che c'entra con il fatto che stavo tornando dalle prove?

C'entra...c'entra.

Allora, mentre tornavo dalle prove in autostrada da Rescaldina verso Milano procedendo a una velocità di crociera di 120 km orari, come la legge ordina, pensavo appunto a questo fatto della Rai e a come le cose non sono uguali per tutti.

Non so se sia stato un caso ma proprio in quel momento guardando nello specchietto retrovisore, nel buio della notte, ho visto i lampeggianti blu di due auto avvicinarsi, la velocità delle auto blu, con a bordo qualche ministro del caso, era così elevata che lo spostamento d'aria ha fatto sbandare la mia auto verso la terza corsia.

Le due auto prepotentemente, dopo aver lampeggiato in modo insistente, sorpassandomi si sono perse in pochi secondi nel nulla...come se fossero sparite.

A quel punto una domanda era lecita e definitiva: "Chissà se quei bastardoni il canone Rai lo pagano".
Non troverò mai risposta a questo quesito, fatto sta che procedo a 120 venti orari in autostrada e pago regolarmente il canone Rai...come ogni onesto cittadino che comunque vegnono perseguiti anche quando sono in regola, che dite i signori che girano in auto blu a velocità contro la legge, che pero c'impongono le leggi pagheranno mai una multa per la velocità controllata o verrano perseguiti nonostante abbiano pagato regolarmente il canone Rai?
Che io sia stupido?
Comunque, auguri Italia e auguri a chi fa le leggi e poi non le rispetta.

Un onesto cittadino.


Francesco Bonfitto